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venerdì 19 settembre 2025

La guerra dei bottoni di Luis Pergaud

"La guerra dei bottoni" è un romanzo scritto da Luis Pergaud del 1912 e di cui esiste un'edizione illustrata da Claude Lapointe. Un romanzo per ragazzi che parla della guerra i ragazzini di due bande rivali i quali si combattono rubandosi bottoni.
 
    
Sopra: A sinistra l'edizione del 1991, al centro quella della BUR del 2013 e a destra sempre una una del 1991.
 
Nella campagna francese, senza esclusione di colpi e di ridicolo, un'altra battaglia viene combattuta in un remoto angolo della campagna francese: quella tra due bande di ragazzi dei villaggi di Longeverne e Velran. 
Posta in palio: i bottoni dei vestiti, strappati ai bambini catturati, costretti a tornare a casa a brache calate. I vincitori di imboscate, trappole e battaglie tagliano e sottraggono implacabilmente tutti i bottoni dei loro sfortunati prigionieri.
Come si legge nella prefazione: "I bambini e i ragazzi di campagna protagonisti di questo romanzo degli inizi del nostro secolo hanno sempre una ran voglia di togliersi i vestiti o di levarli agli altri. È una forma di lotta contro gli adulti che pretendono, anche quando fa caldo, che ci si debba vestire con tutti i bottoni allacciati. Questi ragazzi conducono due guerre: quella contro i loro coetanei e quella contro i genitori, verso i quali non portano molto rispetto, giudicandoli anzi malissimo."
Inoltre la prefazione avverte subito che questo è "un romanzo anticonformista: l'autore, mettendo in rilievo la vita reale di un paese ella campagna francese degli inizi del secolo, non si preoccupa di censurare il modo di parlare dei bambini e dei ragazzi contadini, abituati a chiamare ogni cosa, o ogni parte del corpo, con il proprio nome."
A partire dall'autunno, con l'inizio della scuola, come succede ogni anno ormai da tempo immemorabile, l'esercito di Longeverne inizia la sua campagna bellica contro quelli di Velrans. La vicenda si apre proprio con i fratelli Gibus che sono assaliti dall'esercito di Verrà a, che li prende a parolacce. Quando gli altri membri della banda si Longeverne vengono a sapere della cosa, particolarmente insospettiti, deciso di vendicarsi andando a scrivere una frase offensiva nei confronti dei rivali sui portoni della chiesa di Velrans.
Iniziano così i rispettivi attacchi, durante uno dei quali i Longeverne riescono a catturare uno degli avversari e gli tagliano tutti i bottoni dei vestiti: "Cominciò dal camiciotto: prima i ganci del colletto, poi tagliò i bottoni delle maniche e del davanti, quindi tutte le asole; dopodiché fu Camus a sfilare quel capo d'abbigliamento ormai inutile.
I bottoni e le asole della maglia, assieme alle bretelle, dividono la stessa sorte, sicché fu fatta saltare anche la maglia. Poi tocco alla camicia: dal colletto al davanti, alle maniche, non furono risparmiati un bottone né un'asola; poi furono "ripuliti" i pantaloni. Pezze, fibbie, tasche, bottoni e asole: non sfuggì nulla. Le giarrettiere d'elastico che reggevano le calze furono requisite, i lacci delle scarpe tagliati in trentasei pezzi."
Ha così inizio la famosa "guerra dei bottoni" che dà anche nome al libro e di cui seguiremo l'evoluzione per il resto del romanzo.
 
 Sopra: Alcune pagine che segnano l'inizio del romanzo, con alcune illustrazioni in bianco e nero di Lapointe.
 
I testi sono accompagnati dalle illustrazioni in bianco e nero di Claude Lapointe. Sono disegni dai tratti puliti che mostrano ai lettori alcune delle scene e dei personaggi che sono descritti nella storia: il momento in cui 
In effetti nel libro sono presenti diverse scene di violenza, che l'artista non esita a rappresentare, sebbene con una certa vena goliardica: le varie lotte tra le bande, sia a mani nude che con bastoni, gli agguati e le imboscate, il padre di Tintin che lo prende a calci sul sedere ...
Le illustrazioni, tutte a pagina intera e qualcuna anche a doppia pagina, sono molto dettagliate e ricche di particolari, l'aspetto di personaggi e ambienti è realistico, sebbene i primi abbiano un aspetto leggermente esagerato, un po' caricaturale, soprattutto per quanto riguarda i volti e le espressioni. Tutti i personaggi sono molto espressivi, ma soprattutto i volti di alcuni adulti sono piuttosto esagerati, tanto da suscitare nei lettori sicuramente più di un sorriso. Il che è coerente con il tono del libro, visto che i ragazzi protagonisti non hanno rispetto per i genitori, o comunque per gli adulti in generale, che amano più sbeffeggiare piuttosto che rispettare, e quindi anche l'aspetto degli adulti sembra una sorta di caricatura, un modo per ridicolizzarli.


  

  
 Sopra: Alcune delle illustrazioni in bianco e nero presenti all'interno del volume, le quali mostrano la banda di ragazzi a scuola, alle prese con la banda rivale oppure con i propri genitori.
 
"La guerra dei bottoni" di Luis Pergaud è un divertente e decisamente poco politicamente corretto romanzo che vede protagonisti dei ragazzi di due bande rivali di due paesi vicini, di cui il lettore seguirà le vicende di quelli del paese di Longeverne. 
I componenti della banda sono parecchi, e al lettore ci vorrà un po' per riuscire a identificare i vari personaggi e a ricordarselo: 
  • Lebrac: il capo dell'esercito di Longeverne, considerato "testardo come un mulo, intelligente come una scimmia e vispo come una lepre", è innamorato della sorella di Tintin, la gentile e graziosissima Maria. Forte e generoso, capo incontrastato dei Longeverne e dotato di grande coraggio. Catturato dai nemici, e privato dei bottoni, si rifugerà in un fosso, dal quale uscirà mostrando il fondoschiena agli avversari offendendoli.
  • Camus: il tenente di Lebrac, abilissimo ad usare la fionda attraverso cui spara proiettili micidiali, è innamorato di Tavie. È un grande arrampicatore, bravissimo a scovare nido di ciuffolotti  (che da quelle parti sono chiamati "Camus") e  per la sua abilità nel trovare rifugi sugli alberi.
  • La Crique: quello "che sapeva tutto", infatti è l'intellettuale, sempre allegro e vispo, membro del gruppo. Aiuta sempre i compagni suggerendo durante le interrogazioni in classe. Conosce a memoria l'intera storia della secolare guerra tra Longeverne e Velrans.
  • Tintin: tesoriere della banda, a lui è affidato il compito di conservare gelosamente il bottino di guerra strappato al nemico. La sorella Marie è innamorata di Lebrac.
  • I due fratelli Les Gibus: Grangibus e Tigibus, quest'ultimo il minore che segue dappertutto il fratello più grande. Vivono alle porte del paese.
  • Guignard: ragazzo che soffre di strabismo e che si deve girare sul fianco per guardarti in faccia.
  • Tétas o Tétard: ragazzo dalla grossa testa.
  • Guerreillas: il cui sguardo "con quegli occhioni terribilmente strabuzzati, faceva apparire Guignard come un Adone"
  • Bati: uno dei più piccoli membri della banda, demoralizzato dal fatto che suo padre non si ubriaca mai a differenza degli altri.
  • Bacaillé: frustrato a causa di un difetto fisico (è storpio), e geloso a causa dell'amore che Ottavia nutre nei confronti di Camus, tradisce la banda andando a rivelare a quelli di Velrans dove si trova la capanna al cui interno viene nascosto il bottino del tesoro.
  • Boulot: anche lui vive al di fuori del centro urbano, come i due Gibus.
  • Gambette: chiamato così perché è il messaggero che durante gli scontri porta al comando le notizie sulle "perdite subite", suo padre è un repubblicano di vecchia data.
  • Nonostante la banda sia formata da parecchi ragazzi e bambini in realtà molti passano in secondo piano, tanto che il lettore faticherà a ricordare chi sono, in quanto quelli maggiormente degni di nota sono Lebrac, Le Crique, Tintin, Gambette e Bacaillé (e quest'ultimo diventa rilevante solo dopo la prima metà del libro.
    I ragazzi passano le giornate autunnali e invernali a sfidare la banda del paese vicino, usando spesso degli epiteti decisamente poco educati.
    Come ci ha avvertito la prefazione, l'autore utilizza un linguaggio piuttosto colorito, ma come lui stesso spiega: "non ho avuto paura dell'espressione cruda, a patto che fosse gustosa, né del gesto insolente, a patto che fosse epico." Ad esempio proprio all'inizio del volume i fratelli Gibus spiegano agli altri di essere stati aggrediti da quelli di Velrans e gli "hanno urlato bastardi, salami, ladri, porci, merde, mezze cartucce, caconi, palle penzoloni, e ..."
    Soprattutto l'espressione "palle penzoloni" (anche se in lingua originale l'insulto era "palle di fango") sembra colpire particolarmente i ragazzi che si mettono a riflettere su cosa voglia dire questa espressione, facendo esplicito riferimento ai testicoli: "Palle penzoloni! ... Le palle, lo sanno tutti cosa sono, accidenti, perché c'è le hanno tutti, anche Miraur, il cane si Lisée, che sembrano dei marroni senza riccio. Ma palle penzoloni! ... palle penzoloni..."
    Altre espressioni colorite sono "bastardo", "culo di piombo", oppure metafore come questa: "come un volo di passeri su dello sterco fresco". Insomma nel libro sono presenti parecchi insulti, tanto che ad un certo punto il narratore metterà in guardia il lettori in proposito di una serie di insulti che Lebrac lancia contro i velranesi: "Quando Lebrac fu uscito dagli spini, cominciò, secondo le formule d'uso, la conversazione diplomatica seguente ( a questo punto il lettore o la lettrice mi permettano un inciso e un consiglio. Il rispetto della verità storica mi costringe a usare un linguaggio che non è proprio quello delle corti e dei salotti. Io non provo alcuno scrupolo né vergogna a a riprodurlo e mi ci sento autorizzato dall'esempio del mio maestro Rabelais. Tuttavia, [...] essendo d'altronde i tempi cambiati, consiglio alle orecchie delicate e alle anime sensibili di saltare cinque o sei pagine."
    Nonostante il linguaggio colorito l'atmosfera generale che si respira anche durante questi scontri é gaia e divertente, in quanto le parole non sono dette con vero odio, ma più come provocazione, sfoghi e sberleffi. Una lettura molto ironica e divertente, consigliata a partire dai 10/11 anni, dove i lettori seguiranno queste avvincenti lotte tra bande, dove non manca anche una certa dose di violenza fisica, visto che spesso i rispettivi componenti si ritrovano picchiati o malmenati, ma non solo dai coetanei, ma anche dagli adulti, genitori o insegnanti. 
    Leggendo questa storia si può infatti vedere uno spaccato dell'epoca in cui è ambientata, i primi anni del Novecento, quando picchiare i ragazzi era considerata una pratica normale, e anche i fanciulli sembravano non dolersene troppo. Ma assistiamo anche ai timidi corteggiamenti con le ragazzine, a cui non potevano rivolgere direttamente la parola, ma a cui portavano dei regalini (dolci di panpepato presi al mercato), alle giornate a scuola, al lavoro nei campi o nelle stalle, alla messa obbligatoria ogni domenica, dove ci si doveva vestire bene, la mancanza di soldi propri da poter spendere ...
    Per certi versi tale romanzo mi ha ricordato "I ragazzi della via Pàl" (uscito più o meno negli stessi anni): c'è ad esempio l'elemento delle due bande di ragazzi in lotta tra di loro, c'è la fedeltà e l'amicizia tra questi membri, che si sentono parte di qualcosa di importante (anche se, in entrambi i casi, non mancherà un tradimento), e c'è la serietà con cui questi ragazzi si dedicano ai loro giochi e alle loro battaglie, ingegnandosi in tutti modi per vincere, serietà che creano nel lettore un coinvolgimento emotivo nell'assistere a questi giochi e nell'affezionarsi ai personaggi. A differenziare tale romanzo da quello di Ferenc Molnàr è invece il tono: i ragazzi della via Pàl lottavano con l'altra banda per contendersi un territorio su cui poter giocare a pallone, perchè vivendo in città non c'erano spazi adeguati i cui poter divertirsi all'aperto con gli amici; vi è quindi per tutto il romanzo questa denuncia nei confronti della società che rende l'atmosfera più pesante, per non parlare poi del finale piuttosto tragico e amaro. Nel romanzo di Perguard l'atmosfera è sempre allegra e gaia, nonostante le botte che tutti i ragazzi si prendono da coetanei o genitori, essi essendo ragazzi di campagna hanno un sacco di spazi verdi in cui poter giocare e li sfruttano con gioia.
    Un romanzo in cui ad essere criticati sono soprattutto gli adulti, che sono spesso degli ipocriti che predicano bene ma razzolano male, come si suol dire, incapaci di mettersi dalla parte dei bambini e dei ragazzi. Perguard crea così un romanzo completamente dalla parte dei ragazzi, nel quale, sebbene ci siano molto scontri tra ragazzini, alla fine il nemico principale sono proprio gli adulti, perché con loro non si può giocare sullo stesso livello ad armi pari. Anche se alla fine sembra esserci una certa consapevolezza del fatto che probabilmente anche i ragazzi un giorno diventeranno come i loro genitori.
     
    Tale libro illustrato è stato edito originariamente nel col titolo "La guerre des boutons" dalla Mercure de France, ed è stato pubblicato in italiano per la prima volta nel 1983 dalla Bompiani. L'edizione che ho io, delle Edizioni EL, illustrata, è uscita nel 1991, ha una copertina flessibile, misura 17,8 cm d'altezza e 12,5 cm di lunghezza, ha 352 pagine e costava 16.000 LIRE. 
    Ci sono comunque varie edizioni attualmente disponibili, come quella del 2010 del BUR Rizzoli che costa 10,50 euro, oppure quella del 2015 edita da Crescere che costa 4,90 euro, nessuna di queste edizioni è tuttavia illustrata.
     
    Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari, non vi è alcun intento di infrangere il copyright. Le immagini e i testi sono utilizzati a scopo puramente informativo.  

    mercoledì 3 settembre 2025

    Il ciuco di Melesecche di Renato Fucini e Pietro Malvani

    "Il ciuco di Melesecche" è una vecchia  raccolta (originariamente venne pubblicata nel 1922) di storielle e filastrocche in rima scritte da Renato Fucini e illustrate da Pietro Malvani, un noto figurinaio italiano.
     
        
     Sopra: Tre diverse copertine di alcune edizioni uscite per questo volume, di cui la prima è del 1975, quella centrale è del 1939 e quella a destra è l'edizione più recente, del 2023.
     
    Renato Fucini (Monterotondo Marittimo 1843 – Empoli 1921) laureatosi in agraria si trasferì a Firenze, dove cominciò a comporre versi in vernacolo pisano nello scomparso Caffè dei Risorti: componimenti poi pubblicati nel 1871 con il titolo Cento sonetti in vernacolo pisano. Si dedicò quindi all’insegnamento, e contestualmente a scrivere novelle prevalentemente ambientate in Maremma: "Le veglie di Neri" (1882); "All’aria aperta" (1897); "Nella campagna toscana" (1908), mentre "Il ciuco di Melesecche" è del 1922.
    Novelle e filastrocche che con divertita ironia, fra apologhi moraleggianti e scanzonati nonsense, ci tramandano un mondo venato di nostalgia e di concreta saggezza: una cultura incolta secondo il comune metro accademico, eppure capace di straordinarie illuminazioni, di epifanie salaci, di logica semplice e pungente.
    Abbiamo ad esempio la prima storia, quella che dà il titolo alla raccolta, che vede il padrone di un asimo lamentarsi e struggersi per la morte del proprio asino, a cui, come lui stesso dichiara, negli ultimi giorni lo aveva abituato... ad non aver più bisogno di mangiare. 
    Oppure vi è quella di due bambini che vanno a fare campeggio in un bosco e uno dei due si vanta del proprio coraggio, ma quando arriva un orso è il primo che abbandona l'amico e scappa su un albero, mentre l'altro si finge morto. O quella in cui una madre chioccia avvisa i suoi pulcini di tornare da lei appena sentono un certo richiamo che li avverte di un pericolo in arrivo, ma due pulcini che stanno litigando non ci fanno caso e così vengono catturati da un falco.
    Oltre a queste brevi narrazioni vi sono poi diverse storie in rima, scritte in versi alternati (AB AB) o in rima baciata (AA BB). Sono filastrocche piuttosto lunghe, ma composte da versi abbastanza brevi che le rendono molto orecchiabili e piacevoli da ascoltare, mentre la loro natura ironica e pungente, talvolta anche un po' violenta, le rende divertenti.
     
    La Regina di cuori 
    "La Regina di Cuori,
    un bel giorno d'estate
    rinunziando, per caldo, ad andar fuori,
    restò a casa a impastar delle schiacciate.
     
    M quel birbante del fante di cuori,
    senza curarsi punto dei calori,
    senza pensar che s'era d'estate,
    rubò quelle schiacciate.
     
    Il Re di cuori fe' chiamare il Fante,
    e lo trattò di ladro e si birbante
    e dalla rabbia, persa la ragione,
    gli fracassò lo scettro sul groppone.
    ..." 
     
    La cazone di un soldatino
    "[...]
    Eran ventiquattro ed eran merli;
    ed il cuoco del Re, da cuoco esperto, 
    appena nelle man potette averli,
     per cavarsi più presto dall'impiccio,
    senza ammazzarli,
    senza pelarli,
    li cosse in un pasticcio.
     
    Fin qui tutto va in regola; ma quando
    il pasticcio fu aperto,
    volaron via, cantando.
     
    Non pare a voi, come pare anche a me,
    degna pietanza questa per un Re?
     
    Alcune filastrocche inoltre sono divertenti perchè giocano sulla ripetizione di frasi o situazioni, come quella di "I tre allegri cacciatori" dove vediamo tre amici che escono a caccia e incontrano animali, oggetti e persone scambiandoli sempre per qualcos'altro, e nel frattempo, tra una strofa e l'altra vengono ripetuti i versi "E strombettando e urlando se n'andavano / e, andando, strombettavano e urlavano." In "Il garzone del contadino" invece vediamo essere ripetuta, all'inizio di ogni strofa, la frase: "Quand'ero contadino, / o, piuttosto, garzon d'un contadino / io, da onesto garzone ..."
    Mentre la filastrocca "La casa di Bastiano" viene ripetuta in continuazione la frase "nella casa di Bastiano", visto che la poesia ha una struttura simile a quella di "Alla fiera dell'Est".
     
    La casa di Bastiano
    "Questa è la talpa che ha mangiato il grano
    che era nella casa di Bastiano.
     
    E questo è il gatto che mangiò la talpa
    la quale aveva mangiato tutto il grano
    che trovò nella casa di Bastiano.
     
    E questo è il cane che noiava il gatto,
    quel bravo gatto che mangiò la talpa
    la quale aveva mangiato tutto il grano
    che trovò nella casa di Bastiano.
     
    Questa è la vacca con un corno torto
    che, a cornate, ridusse quasi morto
    quel brutto cane che noiava il gatto,
    quel bravo gatto che mangiò la talpa
    la quale aveva mangiato tutto il grano 
    che trovò nella casa di Bastiano ..."
     
     
    Sopra: Due pagine che provengono dalla storia, in rima, "I bambini nel bosco", in cui a sinistra vediamo un'illustrazione a tutta pagina e a destra la fine del testo.
     
     
    Le storie e le filastrocche sono accompagnate dalle illustrazioni di Pietro Malvani, uno dei vecchi figurinai italiani, tanto da essere citato anche da Antonio Faeti nel suo saggio "Guardare le figure: Gli illustratori italiani dei libri per l'infanzia". Faeti descrive Malvani come: "il figurinaio più coerentemente capace di collegarsi al contenuto del volume. Malvani sa, come l'autore delle filastrocche, mantenersi in bilico, tra le opposte sollecitazioni che provengono dai vari ambiti nei quali si insinua il volume. Egli riesce ad essere crudele, limpido, sentenzioso, secondo le allusioni che, sottilmente, sono reperibili nelle varie pagine." (Faeti Antonio, Guardare le figure: Gli illustratori italiani dei libri per l'infanzia, Donzelli Editore, Roma, p. 378)
    Le immagini sono molto numerose all'interno di quest'opera e ve ne sono di vario tipo: ad esempio c'è sempre un disegno che accompagna il titolo e che serve come decorazione per quest'ultimo, poi vi sono dei piccoli disegni che accompagnano i testi e che li interrompono ogni tot di strofe per mostrare cosa sta succedendo nella storia; infine vi sono le immagini a pagina intera, le quali mostrano una scena particolare che viene raccontata nella storia o nella poesia. In quest'ultimo tipo di disegni Malvani rappresenta anche il paesaggio circostante, mentre in quelli posti in mezzo ai testi vengono rappresentati solo i personaggi, intenti a compiere qualche azione, senza nessun accenno allo sfondo.
    I disegni appunto mostrano personaggi è vicende narrate nelle storie, tratteggiate con tratti netti e molto puliti, dall'aspetto realistico e anche molto curato e attento ai dettagli, soprattutto nelle illustrazioni a pagina intera 
     
      

     
      
      
      
    Sopra: Alcune delle illustrazioni presenti all'interno del libro provenienti dalle storie di "Il ciuco di Melesecche", "La canzone da un soldino", "Il garzone del contadino", "Prepotenza umiliata" e "Gian Carlo". 

    "Il ciuco di Melesecche" di Renato Fucini e Pietro Malvani è un testo che ho scoperto poiché l'ho trovato citato nel saggio di Faeti "Guardare le figure: Gli illustratori italiani dei libri per l'infanzia", dove ne parla come delle filastrocche che prendono esempio dal repertorio inglese: "Sono spesso veri e propri racconti, novelle in versi, saggiamente assurde, ma anche violente e misteriose, oppure dense di un'insopprimibile tristezza che il loro ritmo di canzoncine non riesce a spegnere. [...]
    Fucini riprese i termini dell'assurdo anglosassone e li collocò entro un nostro contesto, non solo in senso linguistico, ma anche per l'insieme dei riferimenti usati, e soprattutto per l'atmosfera complessiva cui rivestì il libro.
    Nel Ciuco di Melesecche si allude ad un'anedottica popolare, sulla quale, sottilmente, si ironizza, senza però abbandonare del tutto il tono di ragguaglio inesatto, di cronaca menzognera che si ritrovano nell'esposizione del cantastorie.
    I fondo, nelle filastrocche di Fucini, un imbonitore, forse convintamente bugiardo, ma anche sinceramente folle, analizza, a modo suo, un'ipotetica società e guarda ad alcune emblematiche vicende per ricavarne una morale, che, in quanto assurda, può riuscire utilissima, soprattutto in senso pedagogico." (Faeti Antonio, Guardare le figure: Gli illustratori italiani dei libri per l'infanzia, Donzelli Editore, Roma, p. 376)
    Un esempio lampante dell'assurdità, della tristezza, dell'ironia e della stranezza di questi racconti è proprio la prima novella, quella che dà anche il titolo alla raccolta dove Melesecche trova il suo asino morto nella stalla e, disperato per la propria perdita, si mette a elencare tutte le qualità dell'asino, le quali sono infatti assurde e portate all'estremo: "Le bastonate parevano che fossero la sua consolazione; il sole d'agosto se lo godeva come un rinfresco; i ghiacci d'inverno lo riscaldavano tutto; la pioggia, la grandine e la neve s'era abituato a succhiarsele come benedizione del cielo ..." Infine l'uomo si lamenta del fatto che il ciuco gli sia morto proprio quando lo aveva finalmente "avvezzato a non aver più bisogno di mangiare!" E il padrone sembra proprio convinto di ciò, così com'era convinto di tutto ciò che aveva detto in precedenza riguardo al suo ciuco, ma quanto ci sarà di vero nelle sue parole? I lettori saranno più portati a vederci la "cronaca menzognera" di cui parlava Faeti, in quanto a quale animale piacerebbe essere picchiato, o piacerebbe trasportar pesi nel caldo di agosto, o esser indifferenza al freddo, alla pioggia, alla grandine?
    Vi è poi la filastrocca del fante che ruba le schiacciate alla Regina e viene picchiato dal Re; quella del re cuoco che cucina in un pasticcio 24 merli senza ucciderli e senza spennarli, così quando apre il pasticcio essi volano via e uno di loro porta via alla regina un pezzo di naso; o quella di un cane che morde un uomo molto buono e generoso: "Ed incontrando il suo benefattore / (uh, che orrore, che orrore; uh, che mondaccio!), / gli s'avventò, lo morse e gli strappò / mezzo chilo di ciccia da un polpaccio. / [...] Vista la gran ferita sanguinosa, / ognun la giudicò pericolosa. / E mentre lo fasciavano e pensavano / che quel cagnaccio era di certo idrofobo, / dissero tutti, e l'affermò anche il medico, / che, senza dubbio, dentro un tempo corto, / l'uomo darebbe morto. / Sapete un po'? Dentro due settimane, / l'uomo era vivo, ed era morto il cane!".
    Come vedete sono tutte storie che conservano al proprio interno una certa dose di violenza, sebbene il tono generale delle filastrocche sia divertente e ironico, in esse inoltre si percepisce anche alcuni elementi fiabeschi, come gli uccelli che escono vivi dal pasticcio nonostante vi siano stati cotti dentro, o l'uccello che stacca un pezzo di naso alla regina mentre un altro glielo ricucisce senza che questa si accorga di nulla, ...
    Una raccolta di storie e filastrocche che secondo me anche adesso risulta molto carina e in gran parte proponibile da leggere anche a bambini a partire da 5/6 anni in lettura condivisa, altrimenti dagli 8, sebbene sarà necessario che il lettore adulto spieghi al bambino (o che quest'ultimo vada a ricercarsi) qualche termine che ormai risulterebbe desueto nella lingua italiana. Termini come: "scortichino" (colui che cava la pelle agli animali morti, (p.3), "lo avevo avvezzato" (p.3), "curarsi punto" (p.7), "mi vedrai al cimento" (p.11), "sbuzzarli" (p.18), "rimpaciati" (p.24), "empiendola" (p.46), "cotone fenicato" (p.46), "strapanato" (p.52), "smargiassi" (p.57), "a lui gli ci piaceva poco l'agro di limone" (p.57), "arcifanfano" (p.60), "rintuzzò" (p.81),"core" (p.83), ...
     
    Quest'opera è stata pubblicata nel 1922 anche se l'edizione che ho io è quella edita nel 1975 da Einaudi Editore. Il volume ha 116 pagine, la copertina flessibile, misura 24,00 cm d'altezza e 17,00 cm di lunghezza e costava 12.000 LIRE.
     
    Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari, non vi è alcun intento di infrangere il copyright. Le immagini e i testi sono utilizzati a scopo puramente informativo.

    venerdì 15 agosto 2025

    Matilda di Roal Dahl

    "Matilda" è uno tra i romanzi più famosi scritti da Roal Dahl, accompagnato dalle illustrazioni di Quentin Blake, che vede come protagonista Matilde, una bambina di 6 anni che si ritrova a lottare contro una famiglia che non la capisce e contro una preside davvero pericolosa e manesca.
     
      
    Sopra: Le copertine di varie edizioni di questo romanzo. Quella a sinistra è l'edizione che ho io che è del 2016, quella centrale è del 2008, mentre quella a sinistra è del 1995.
     
    Matilde è una bambina unica e geniale: ha imparato a leggere a tre anni, e a quattro ha già divorato tutti i libri della biblioteca pubblica. "Non è carino che i genitori trattino dei figli comuni come croste o calli, ma è ancora peggio se il bambino in questione è fuori dal comune, ossia geniale e sensibile. E Matilde era entrambe le cose. Soprattutto, possedeva una mente così brillante e vivace, e imparava così in fretta, che le sue capacità avrebbero dovuto risultare evidenti anche per i genitori più tonti. [...]
    Il giorno in cui suo padre rifiutò di comprarle un libro, Matilde andò a piedi sino alla biblioteca pubblica del paese, da sola. Appena arrivata si rivolse alla bibliotecaria, la signora Felpa, e chiese se poteva sedersi un po' a leggere. La signora Felpa, piuttosto stupita di vedere una bambina così piccola non accompagnata da un genitore, le rispose che era la benvenuta. [...] Da quel giorno, appena sua madre usciva, matilde faceva una passeggiatina fino alla biblioteca. Ci metteva solo dieci minuti e poi, tranquillamente seduta, trascorreva due ore meravigliose in un angolo accogliente e quieto, divorando un libro dopo l'altro.
    La bambina possiede una mente così geniale e vivace da allontanarla dal resto della famiglia che possiede ideali e abitudini molto differenti. Il padre Enrico, infatti, vende automobili usate e inganna continuamente i suoi clienti, manomettendo il contachilometri e usando della segatura come rimedio all'usura del cambio; la madre trascorre tutto il suo tempo guardando telenovele in tv e giocando a bingo, hobby che la porta a lasciar sola Matilde tutto il pomeriggio. Il fratello Michele sembra assecondare il volere dei genitori, ascoltando con attenzione i discorsi del padre per una futura messa in pratica.  
    Quando Matilde inizia la scuola si trova davanti a una nuova avventura: da un lato c'è l'incontro con la signorina Dolcemiele, la sua maestra, che riconosce sin dal primo istante l'intelligenza straordinaria di Matilde, assegnandole, durante le lezioni, attività avanzate per impedirle di annoiarsi, e più tardi si rende conto di come i coniugi Dalverme non capiscano la figlia e sottovalutano l'istruzione. 
    Dall'altro lato però Matilde conosce la preside della scuola, infatti nel frattempo la bambina ha modo di vedere come la direttrice della scuola, la signorina Spezzindue, detesti i bambini e trovi i modi più violenti e incredibili di punirli: ad esempio per punire gli alunni si diverte a rinchiuderli in un armadio pieno di chiodi, lo Strozzatoio, o li usa per allenarsi al lancio del martello olimpionico. Lampante è un momento in cui vede una ragazzina con le trecce e la lancia in aria afferrandola per i capelli, come se fosse un martello olimpionico, perchè la preside detesta le trecce.
    La signorina Dolcemiele prova a dire alla preside della straordinaria intelligenza della bambina, ma la Spezzindue non le crede, pensando che voglia solo liberarsi di un elemento scomodo della classe, così Matilde è costretta a rimanere in prima. Nonostante la maestra le dia dei libri apposta per lei da leggere Matilde si annoia talmente che inizia a sviluppare delle capacità psico cinetiche, diventando in grado di muovere gli oggetti con la forza del pensiero. Come deciderà di usare Matilde questi poteri? Poteri che potrebbero cambiare le sorti di molte persone.
     
     Sopra: Due pagine interne tratte dall'inizio del quarto capitolo, dove a sinistra vediamo il titolo del capitolo e i testi, mentre a destra c'è un'illustrazione di Blake che mostra Matilda che prende il cappello del padre per fargli uno scherzo.
     
    La storia è accompagnata dalle illustrazioni del rinomato Quentin Blake, disegnatore, illustratore e scrittore britannico, famoso nel mondo per le sue illustrazioni particolari di libri per bambini e ragazzi, ha infatti disegnato più di 300 libri, e ha ottenuto un successo internazionale proprio grazie ai disegni presenti nei libri di Dahl.
    Lo stile di Blake si adatta infatti molto bene ai testi di Dahl, ironici e irriverenti, poiché esso è molto sbarazzino, con personaggi e ambienti disegnati in modo rapido con l'inchiostro nero, dal tratto molto tremolante. Diciamo che i personaggi di Blake non hanno un aspetto propriamente "bello" da vedere, ma sicuramente molto espressivo, originale e vibrante.
    Le immagini presenti nella raccolta sono abbastanza numerose e ve ne sono sia a pagina intera che in mezzo ai testi. Entrambe rappresentano vere e proprie scene narrate nei testi, visto che anche i disegni in mezzo ai testi di solito sono abbastanza grandicelli, come: Matilde che prende di nascosto il cappello di suo padre dall'appendiabiti, lei che legge in biblioteca, lei che alza la mano mentre si trova in classe della signorina Dolcemiele, la Spezzindue che lancia una bambina della scuola con la tecnica del lancio del martello, Matilde assieme alla sua famiglia mentre guardano la tv mentre mangiano, le a casa della signorina Dolcemiele, ecc... 
    I disegni svolgono sicuramente una funzione di supporto durante la lettura aiutando i lettori a visualizzare le scene di cui leggono e a vedere anche come sono fatti personaggi, con una Matilde raffigurata come una bambina piccolina e graziosa, la Spezzindue come una donnona molto alta e dalla struttura fisica robusta, che non sorride mai, la signorina Dolcemiele come una donna magrolina ed esile con un volto dai tratti delicati e i capelli biondi.
     

     

      
     Sopra: Alcune delle illustrazioni in bianco e nero opera di Blake che si trovano all'interno della storia e la illustrano.
     
    "Matilda" di Roal Dahl è un bel romanzo che vede per protagonista una bambina piuttosto piccola (cosa insolita per i libri indirizzati ad un pubblico di 8 anni) ma estremamente intelligente.
    La prima cosa che si apprezza di questo libro sono i personaggi, i quali sono anche piuttosto sfaccettati ma praticamente tutti sopra le righe (una cosa che potrebbe far storcere il naso a qualche adulto, ma è evidente che l'autore è consapevole della cosa ed è fatta apposta), in primis la protagonista: Matilde, una bimbetta  dall'intelligenza fuori dal comune, che però è anche molto umile poiché essendo piccola in realtà non si rende proprio conto di quanto lei sia straordinaria.
    C'è da dire che in effetti per i primi anni di vita Matilde è circondata da persone che non si rendono conto delle sue capacità e non la apprezzano, ed è un peccato constatare che non si tratta di estranei ma proprio della sua famiglia: i Dalverme. I genitori di Matilde sono infatti: ignoranti, arroganti e sprezzanti della cultura, criticano il fatto che Matilde legga. Il padre Enrico è un uomo disonesto che vende automobili usate truccandole e sembra detestare Matilde perché femmina; la madre, invece, è una casalinga istupidita dalle telenovelas e fanatica del gioco del bingo, che spreca il suo tempo e, nonostante non lavori, è così pigra da non sforzarsi nemmeno di cucinare per la famiglia, che si ritrova tutte le sere a cenare con piatti preconfezionati, surgelati o cibo spazzatura. 
    Nella descrizione della famiglia Dalverme è possibile vedere una spietata critica di Dahl a quel tipo di persone ignoranti, che disprezzano la cultura perchè non la capiscono e che quindi cercano di conseguenza di sminuire coloro che invece l'apprezzano. È ciò che accade proprio a Matilde, la quale si sente rispondere più volte male dal padre, come quando lui la insulta quando lei gli chiede di poterle comprare un libro: "<<Papà mi compreresti un libro?>>
    <<Un libro? E per che cavolo farci?>>
    <<Per leggerlo>>.
    <<Diavolo, ma cosa non va nella tele? Abbiamo una stupenda tele a ventiquattro pollici e vieni a chiedermi un libro! Sei viziata, ragazza mia!>>
    D'altronde l'autore fa capire molto chiaramente ai lettori che tipo di persona sia il padre di Matilde: intanto come lavoro fa il truffatore, in quanto rivende auto usate che sarebbero quasi da buttare a prezzi alti, manomettendo il contachilometri e usando altri trucchetti, per farci un bel guadagno, ed è tra l'altro molto fiero di ciò, credendosi pure molto furbo e scaltro. Peccato che i suoi traffici vengano notati dalle forze dell'ordine verso al fine del libro. Si rivolge poi male alla figlia, usando con lei anche delle parole abbastanza brutte, che Dahl non esita a mettergli in bocca per far comprendere al lettore quanto il personaggio sia negativo: parole come "stupida" o "deficiente", oppure frasi sgarbate come "<<E chi ti credi di essere per farmi la predica?>> urlò. <<Il Papa? Non sei che un pidocchio ignorante che non sa quel che dice>>"; "<<Se parli solo per dar aria ai denti, tieni la bocca chiusa>>"; oppure quando dice alla moglie "<<Tua figlia è un'imbrogliona e una bugiarda>>"...
    Inoltre il signor Dalverme, è proprio perchè ignorante, sembra essere anche un uomo pieno di pregiudizi, oltre che nei confronti della cultura (che secondo a lui non serve a niente), anche nei confronti delle donne, reputandole poco intelligenti a prescindere: "Matilde osservò con calma: <<Papà, hai guadagnato esattamente quattrocentomilatrecentotre sterline e cinquanta pence>>.
    <<Non ti intromettere. Io e tuo fratello siamo impegnati in operazioni di alta finanza>>.
    <<Ma papà...>>
    <<Stai zitta. Non tirare a indovinare e non cercare di fare la furba>>.
    Oppure parlando con la signorina Dolcemiele la signora Dalverme, che è sulla stessa linea d'onda del marito, le dice: "<<Secondo me le ragazze dovrebbero pensare a farsi belle, più che all'istruzione. L'aspetto fisico è più importante dei libri, signorina Dolcemula...>> [...] 
     <<Non è con l'intelligenza che si accalappia un uomo>> disse la signora Dalverme. <<Guardi quell'attrice, per esempio>> aggiunse, indicando lo schermo muto del televisore, dove una fanciulla dal seno straripante abbracciava un attore attempato, al chiaro di luna. <<Non penserà che lo abbia conquistato a furia di moltiplicazioni, no? E adesso lui la sposerà, ci scommetto, e lei vivrà in una casa magnifica con tanto di maggiordomo e cameriere>>." Ciò dimostra come anche la madre di Matilde, seppur non offenda deliberatamente la figlia, sia portatrice di una certa mentalità che mette in primo piano le apparenze e la pigrizia, sottovalutando e sminuendo l'importanza della cultura
    Non sorprende quindi che la prima metà del libro sia composta da una serie di scherzi e dispetti che Matilde rivolge contro il padre, senza mai farsi scoprire, per vendicarsi di episodi particolarmente irrispettosi che il padre ha avuto nei suoi confronti.
    Dopo la prima parte, in cui conosciamo la famiglia e il contesto familiare in cui vive la protagonista entra invece in scena l'ambiente scolastico, quando Matilde potrà finalmente andare a scuola. Ma sarà qui che conoscerà il vero antagonista della storia: la signorina Spezzindue, la preside dellas scuola: "La direttrice, il comandante in capo, il dittatore dell'istituto, era un donnone di mezza età, la signorina Spezzindue. [...] una gigantesca tiranna, una belva feroce che terrorizzava alunni e insegnanti. Ci si sentiva minacciati già a vederla da lontano, e, quando si avvicinava, il senso di pericolo aumentava, irradiato la lei come da una sbarra di metallo rovente. La signorina Spezzindue non camminava mai, marciava come un soldato dei battaglioni d'assalto, a lunghi passi, dondolando ritmicamente le braccia; quando avanzava nei corridoi il rumore dei suoi passi la precedeva, e se per caso un gruppo di bambini capitava sulla sua strada, si apriva un varco tra loro come un carro armato, facendoli volare a destra e a sinistra."
    La preside è un personaggio totalmente negativo che maltratta i bambini (ma anche gli adulti) sia fisicamente che verbalmente, infatti Dahl le mette in bocca un vocabolario piuttosto colorito, anche se divertente, con espressioni e insulti come: "La tua mamma è un'idiota", "Sembri un topo con la coda che gli spunta dalla testa", "Miserabile foruncolo", "Vescica pustolosa", "Sei un lurido pezzente", "Lumacone ignorante", "Stupido inetto", "Criceto scervellato", ecc...
    Anche lei, come il signor Dalverme, è una persona ignorante e assolutamente convinta e ferma nelle proprie convinzioni, tanto che prende subito in antipatia Matilde, dimostrando, tra l'altro, di non saper assolutamente giudicare le persone, tanto che ammette di aver avuto un'ottima impressione del signor Dalverme, ritenendolo un uomo onesto e "una colonna della società". L'autore l'ha resa il prototipo dell'adulto adultocentrico, che non solo non sopporta i bambini, ma nega proprio l'infanzia, tanto che la signorina Spezzindue nega di essere stata bambina: "[...] le bambine sono molto più pericolose dei maschietti. Ed è difficile domarle. Domare una mocciosa perversa è come cercare di schiacciare un moscone su una cacca. Cerchi di colpirlo e quello è già volato via. Che cosa disgustosa, le bambine. Per fortuna io non sono mai stata bambina>>."<<Ma direttrice, dev'esserlo stata per forza!>>
    <<Non per molto tempo, comunque<< abbaiò la signorina Spezzindue, sghignazzando. <<Sono diventata donna molto in fretta>>."
    A differenza del signor Dalverme inoltre la preside è anche una persona violenta e manesca, che non esita a mettere le mani addosso ai bambini: oltre a chiuderli in uno spazio in cui devono rimanere in piedi per ore se non vogliono essere graffiati da chiodo o vetri, li tira per i capelli, li prende per i capelli e li lancia di peso. Andando avanti inoltre si scoprirà che la donna si è pure macchiata di un omicidio, il che fa comprendere quanto sia pericolosa e senza scrupoli.
    Tra i personaggi positivi, che la protagonista incontra proprio a scuola, comunque troviamo la signorina Elisabetta "Betta" Dolcemiele, maestra della classe di Matilde: "La maestra, la signorina Dolcemiele, aveva ventitré o ventiquattro anni e un bellissimo, pallido viso da Madonna, con occhi azzurri e capelli castano chiaro. Era così snella e fragile da dare l'impressione che se fosse caduta sarebbe andata in mille pezzi, come una statuina di porcellana.
    Betta Dolcemiele era mite e tranquilla, non alzava mai la voce e sorrideva di rado, ma aveva la rara capacità di farsi amare al primo sguardo dai propri alunni." Scopriamo aver avuto però un'infanzia difficile a causa di una crudele zia che la trattava come una Cenerentola, e di cui in realtà non si è ancora liberata del tutto. È un'insegnante dolce, paziente e capace, che riconosce le doti di Matilde e si impegna per valorizzarle nel modo giusto. 
    È comunque proprio mentre si trova a scuola che Matilde sviluppa i suoi poteri, in quanto a quanto pare si annoia talmente che l'intelligenza deve pur uscirle da qualche parte: così le esce dagli occhi. Gli occhi di Matilde diventano incandescenti e da essi si sprigiona un potere magico che l'avrà vinta sulla perfida direttrice Spezzindue, in una serie di scene divertenti e adrenaliniche.
    Comunque Matilde è dovuta ricorrere ad utilizzare tali poteri perchè si è trovata davanti a una persona come la Spezzindue molto potente e pericolosa, che è potuta essere sconfitta solo con un aiuto extra, mentre per quanto riguarda il padre Matilde se l'è sempre cavata egregiamente, come se l'autore volesse dire ai lettori che l'intelligenza e la cultura sono le uniche armi che un debole può usare contro l'ottusità, la prepotenza e la cattiveria. 
    Un libro in cui si parla anche di scuola e di educazione, ed è evidente di come Dahl voglia una scuola che renda i bambi i liberi di imparare, che sia un luogo in cui si imparano delle cose ma anche in cui si stia bene e ci si diverta, basta pensare all'episodio in cui un bambino spiega alla preside come la maestra insegni loro i concetti e le regole con delle canzoncine o filastrocche per aiutarli nell'apprendimento. Cosa che ovviamente la preside aborrisce: "<<Signorina Dolcemiele, non dovrebbe mescolare la poesia con l'ortografia. Ci dia un taglio, per il futuro!>> 
    <<Ma permette loro di imparare senza fatica!>> mormorò la maestra.
    Anche se a livello di lezioni, essendo anch'io una maestra, ho avuto qualche perplessità: capisco che magari la scrittura venga insegnata in modo diverso rispetto a come la insegniamo in Italia, e che quindi si passi già alla scrittura di parole intere piuttosto che alle singole lettere, visto che la storia è ambientata in Inghilterra, ma ho trovato davvero strano che in prima elementare si preveda come programma già l'insegnamento delle tabelline, che di solito vengono presentate solo in seconda come addizioni ripetute. 
    Il romanzo comunque oltre a essere piuttosto divertente e molto ironico è anche pieno di messaggi e riflessioni interessanti, in una storia che sottolinea l'importanza della cultura e in particolare della lettura e spinge i lettori a ribellarsi alle ingiustizie e alla prepotenza. Matilde è un bel personaggio infatti perchè, pur rimanendo sempre una bambina rispettosa, educata e tranquilla, è bel lontana da essere una di quelle bambine settecentesche/ottocentesche che subivano qualsiasi angheria mantenendosi buone e remissive, che seguivano quella che la Silvia Blezza Picherle definisce la "filosofia della rinuncia" (Blezza Picherle S., Letteratura per l'infanzia e l'adolescenza. Una narrativa per crescere e formarsi, QuiEdit, Verona, 2020, p.26), la quale portava le bambine a privarsi anche dei più semplici piaceri in nome del sacrificio per gli altri. Matilde è un personaggio femminile che reagisce alle angherie, vendicandosi in maniera furba sfruttando la sua intelligenza, poiché essendo ancora piccola la forza non le sarebbe di alcuna utilità, una sorta di Davide contro Golia. Nonostante possa non sembrare a una prima occhiata, Matilde è un personaggio femminile forte, oltre che molto resiliente, un personaggio che, pur senza mai perdere la calma, si arrabbia ed entra in azione per combattere contro le ingiustizie, e non solo quelle che lei subisce, ma anche quelle subite dagli altri, la signorina Dolcemiele in primis. Pur essendo l'adulta, nonché l'insegnante di Matilde, lei simboleggia la vittima per eccellenza, quella che subisce senza ribellarsi, poiché per carattere e per il modo in cui è stata cresciuta è stata abituata ad essere così, sebbene anche lei nel suo piccolo sia riuscita a conquistarsi degli spazi di libertà, sebbene al costo di grandi sacrifici. Matilde la aiuta, aiutando anche tutti i bambini e gli insegnanti della sua scuola, finendo per aiutare anche se stessa, arrivando a riuscire ad abbandonare la propria famiglia, che non la apprezza, per rimanere con qualcuno che invece lo fa e le vuole bene per ciò che è. Un messaggio che insegna ad abbandonare le persone che non ci apprezzano, senza sensi di colpa, e restare con quelle che ci fanno sentire bene.
    Una lettura bella e divertente, sebbene meno ricca di elementi fantastici o magici rispetto ad altri libri dell'autore, ma che veicola anche messaggi importanti e riflessioni interessanti, sempre all'insegna dell'ironia e con una scrittura pungente (e non sempre politically correct, come è tipico di Dahl), adatta a partire dagli 8 anni, un libro dalla parte dei bambini (pensiamo a come Matilde si vendichi nei confronti degli adulti cattivi, risultando vincente) ma che può dire tanto a qualsiasi età. 
     
    Il volume è stato pubblicato originariamente in inglese nel 1988 col titolo "Matilda"; il volume è stato edito in italiano nel 1989 dalla Salani Editore. La storia è stata ristampata innumerevoli volte, l'edizione che ho io è del 2016, ha 224 pagine, una copertina rigida, misura 19,2 cm d'altezza e 13,00 cm di lunghezza e costa 12,90 euro.

    Curiosità: da questo libro sono stati tratti due adattamenti cinematografici: il primo è il film "Matilda sei mitica" del 1996, mentre il secondo è "Matilda the Musical", un film musical prodotto da netflix e uscito nel 2022.
     
      
     Sopra: Le locandine dei due film, il primo a sinistra del 1996 e quello a destra del 2022.
     
    Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari, non vi è alcun intento di infrangere il copyright. Le immagini e i testi sono utilizzati a scopo puramente informativo.

    venerdì 6 giugno 2025

    Testa Rossa di Alberto Manzi

    "Testa Rossa" è un libro scritto da Alberto Manzi, un docente, pedagogista, scrittore e politico italiano famoso per aver condotto la famosa trasmissione televisiva "Non è mai troppo tardi" dal 1960 al 1968, la quale insegnava agli adulti a leggere e scrivere e altri concetti insegnati nella scuola elementare (una sorta di scuola serale a distanza).
    Tale volume, illustrato da Carlo Frigerio, infatti inizialmente è stato pubblicato nel 1957, ma è stato riedito di recente dalla Gallucci in occasione del centenario della nascita dell'autore, assieme ad altre sue opere, tra cui la più famosa è "Orzowei" (del 1955) e da cui fu tratta anche l'omonima serie televisiva degli anni Settanta.
     
     
    Sopra: In alto a sinistra la nuova copertina del 2024 della Gallucci, mentre a destra quella del 1957 della Bompiani.
     
    Testa Rossa è il ragazzo più audace, furbo e scapestrato del mondo. La Principessa, appena lo ha visto giocare con un raggio di sole, ha deciso che sarebbe diventato il suo migliore amico. Così, quando in seguito a una tempesta lei misteriosamente sparisce, portandosi via la pace e l’amore, lui è disposto a frugare in ogni dove pur di salvarla. 
    la Principessa che cerca Testa Rossa è una fanciulla bellissima, nata dalla lacrima di un angelo caduta su un fiore. Nonostante abbia migliaia di anni è sempre giovane, proprio come Testa Rossa, che non cresce mai. Da lei si recano re, principi, presidenti, ministri, medico, maestri, marinai, aviatori, pescatori e contadini, a volte anche solo per ammirarla. Altre volte invece "Vanno da lei ogni volta che qualcosa non va, per sapere quel che debbono fare; ed ogni volta che escono dal suo palazzo, se ne escono a braccetto di colui che credevano loro nemico. In tutto il mondo, perciò, regna la pace; tutti vivono serenamente e si vogliono bene. E tutto questo perché nel piccolo paese vive lei, la Principessa dagli occhi bellissimi, la Principessa dell'amore."
    O così è stato almeno finché la fanciulla non è scomparsa dopo una notte di tempesta, portando immediatamente scompiglio nel paese, in quanto gli abitanti, piuttosto che cercarla, hanno iniziato ad accusarsi l'un l'altro, tanto che solo Testa Rossa è rimasto a cercarla, o, almeno, lo fa finché non se ne dimentica. Perché il ragazzo "È fatto così. Comincia una cosa e poia tronca a metà perché una nuova idea gli è balenata in mente."
    Per fortuna a dargli una mano arriva una scalcagnata banda di bambini chiamati in soccorso dall'autore: Alda, Massimo col suo cavallo a dondolo Dreck, Roberta (anche se ha solo 8 mesi), Memmo, Pierone, Riccardo, Claudio, Fausto e Marco.
    Insieme incontreranno tre pagliacci senza testa e affronteranno temibili coccodrilli, leoni e tigri feroci, orribili mostri e una strega molto cattiva.

     Sopra: A sinistra una pagina che nostra un'illustrazione posta alla fine di un capitolo (con la piccola Roberta sulla schiena di un indiano), e a destra l'inizio del nuovo capitolo.
     
    I testi sono accompagnati dalle illustrazioni in bianco e nero di Carlo Frigerio, le quali si vede che hanno un aspetto un po' vintage, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui sono disegnati i bambini, dall'aspetto paffutello e con i visi tondeggianti, i nasini a patatina e gli occhi ovali. I disegni hanno dei tratti puliti e precisi, un aspetto realistico e anche piuttosto curato e ricco di dettagli e nell'insieme si possono considerare carini e molto graziosi, dallo stile un po' retrò.
    Le immagini sono solitamente poste assieme ai testi e rappresentano solitamente oggetti o personaggi presenti nelle scene, anche se a volte possono mostrare scene un po' ampie, con più personaggi assieme che interagiscono, come: Piede Nero mentre trasporta la piccola Roberta sulla schiena, i bambini mentre navigano su una nave, Trecotte assieme a tre bestie ... I disegni hanno di solito delle dimensioni medio-piccole, anche se ce ne sono alcune, un po' più importanti, che magari arrivano a occupare i due terzi di una pagina.

     

     
    Sopra: Alcune illustrazioni vecchio stile di Carlo Frigerio, di cui nella prima in alto a sinistra vediamo il gruppo di bambini mentre viaggiano su una nave, a destra gli "aspettanti", in basso la strega e a a destra la principessa (quella accanto a lei dovrebbe essere Roberta, ma forse l'artista ha sbagliato e ha dipinto Ada, dato che Roberta ha solo 8 mesi).
     
    "Testa Rossa" di Alberto Manzi è un libro molto piacevole, scorrevole e avventuroso, che si rivolge ai bambini a partire dai 8 anni (dai 5/6 in lettura condivisa). Fin dall'inizio la storia parte in modo coinvolgente, con la scomparsa della Principessa e Testa Rossa intento a ritrovarla, finché non si ritrova nel territorio degli indiani, i quali inizieranno a dargli la caccia. Poiché distratto da questo evento l'autore dovrà inviare un gruppo di bambini in suo aiuto, i "rammentatori" per ricordargli la missione che deve compiere e aiutarlo a portarla a termine. 
    Una cosa interessante è lo stile di scrittura dell'autore, il quale si rivolge proprio ai bambini che lui immagina stiano leggendo il libro, cercando di farli partecipare alla storia. Ad esempio come quando intima ai lettori di non fare rumore mentre Testa Rossa sta sgattaiolando via dagli indiani: "Attenti anche voi a non fare il più piccolo fruscio. Gli indiani hanno l'udito fine e gli occhi che bucano il buio, le loro frecce sono avvelenate, e con un balzo essi sanno sorprendervi." Oppure quando chiama a raccolta i bambini in aiuto di Testa Rossa: "Ssst... Le mamme hanno spento la luce e sono andate in cucina. Siete pronti? Chi vuole andare ad aiutare Testa Rossa? ... Tutti?! È impossibile, amici. Qua scelgo io. [...]
    Siete pronti? Avanti, allora. Il sentiero è quello laggiù>>
    <<Io?! Oh, io non posso venite. Ai grandi non è permesso.>>"
    I bambini che accompagneranno Testa Rossa sono:
    - Pierone: 10 anni, è il capo della comitiva perché è paziente, generoso e ride sempre e "un capo deve saper ridere, anche di se stesso, se vuole essere veramente un capo."
    - Riccardo: ha 11 anni ma è così piccolo che tutti lo chiamano Pagliuzza, vorrebbe essere il capo ma non ha la stoffa del condottiero poiché si arrabbia sempre e urla e piange se non gli si dà ragione.
    - Claudio: ha 13 anni, ma il suo cervello ne ha 8.
    - Memmo: ha sette anni e adora i cowboy, ed è un abile tiratore.
    - Fausto: ha 4 anni ma ha un occhio con le ciglia bianche "segno che è vissuto assai" che funge da cannocchiale.
    - Alda: ha 8 anni ed è addetta alla cucina, all'infermeria, alla sartoria.
    - Marco e Massimo: sono due gemelli di 3 anni, anche se il primo è biondo e l'altro è moro. Avanzano a cavallo di Drock e Dreck, camminando fianco a fianco.
    - Roberta: una bimba si 8 mesi, che sa gattonare ma si rivela fin da subito molto utile e attiva nella missione.
    La storia è piuttosto semplice ma coinvolgente, grazie alle continue avventure vissute dai bambini e allo stile dell'autore. Le avventure inoltre sono narrate sempre con una forma giocosa, come se fossero dei giochi che i bambini fanno, senza mai prendersi troppo sul serio. Ne è un esempio lampante la battaglia iniziale con gli indiani per liberare Testa Rossa, dove i maschi si lanciano nella battaglia con Memmo che "falcia le schiere nemiche" anche se i colpi sono di legno, ma comunque "sufficienti a fare suri bernoccoli sulle teste indiane. Tanto duri che chi è colpito deve andare subito a letto a farsi i bagnoli d'acqua vegeto-minerale." Alda invece non partecipa alla battaglia, che è una cosa (o meglio un gioco) da maschi. Il suo compito è quello di preparare le fasce e il caffèlatte perché "dopo un'azione simili, le ferite saranno numerose e l'appetito formidabile."
    Se si fosse trattato di una battaglia seria il fatto che una bambina di 8 anni sia lasciata in disparte a fare l'infermiera, mentre a bambini di 3 è permesso partecipare, la cosa sarebbe potuta sembrare un po' sessista. La sensazione generale però è che, trattandosi tutto di un gioco, anche lei stia interpretando un ruolo, quello della "mamma" (come Wendy con i bambini perduti). C'è ad esempio la scena post battaglia delle fasciature, dove la squadra "si dirige di corsa da Alda. Tutti sono feriti e l'infermiera ha molto da fare. Quando poi tocca il turno di Massimo, la faccenda si complica. [...]
    Cercano di convincerlo a farsi fasciare un braccio o una gamba.
    <<Vedi>> dice Pierone <<anche noi siamo feriti; ma abbiamo detto un posto che si può fasciare bene>>
    <<Pure io mi fascio bene>>
    Così Alda deve lasciarlo tutto. Anche il naso. [...] Ora stanno sdraiati a raccontare la loro storia e quanto ne hanno ammazzati. Il più modesto è Pierone, che dice: duecento. [...]
    <<E la Principessa, quando la cerchiamo?>> dice. Ha ragione. Se ne erano dimenticati.
    <<Avanti, allora>> comanda Testa Rossa <<dalla Principessa!>>
    Si tolgono le fasce e riprendono la marcia."
    Nessuno di loro è realmente ferito, come nessuno si loro ha ucciso qualche indiano, eppure si fanno fasciare tutti una qualche parte del corpo, perché fa parte del gioco della battaglia. La stessa Alda, essendo l'unica femmina un po' cresciuta del gruppo, sembra aver il compito di riassumere nel suo personaggio tutti i vari ruoli femminili. Qui forse il libro dimostra di essere stato scritto negli anni Cinquanta, in quanto sarebbe stato interessante se oltre ad Alda ci fosse stata un'altra femmina nella compagnia più avezza a voler partecipare ai giochi maschili, oppure un maschietto (magari piccolo) più interessato a prendersi cura dei feriti o a cucinare che non a partecipare alla battaglia. Insomma, sarebbe stato bello vedere anche qualche personaggio interpretare dei ruoli meno rigidi.
    Alda comunque è anche il membro più responsabile e logico del gruppo (proprio come lo era Wendy in "Peter Pan"), quella che ricorda ai ragazzi il proprio dovere e quella che mette in dubbio alcune loro affermazioni se non le sembrano corrette.
    Testa Rossa invece rappresenta in tutto e per tutto un italiano Peter Pan, eternamente giovane, eternamente bambino, che si reca a visitare ogni notte i bambini di tutto il mondo per giocare con loro. Simpatico e divertente, ama ridere, scherzare e giocare, anche se questo lo porta a essere un po' distratto, ma non gli mancano mai il coraggio e la determinazione. Ha perfino un'ombra che può staccarsi da lui e andare ad agire indipendentemente.
    Roberta, pur essendo il membro più giovane, alla fine è quella che, spesso senza rendersene conto, si rivela il più utile componente della banda, con la tua innocenza e la sua determinazione.
    Gli altri membri della banda bene o male non li ho trovati spiccare particolarmente (alcuni sono a malapena menzionati nel corso della storia), semplicemente vivono le varie avventure che si presentano tutti assieme. E le avventure sono sicuramente molteplici: affrontare dei nativi americani inferociti, vedersela con un coccodrillo, sconfiggere una tribù di nani che vuole cucinare Massimo, riuscire a trovare gli sgherri della strega e infine battere anche quest'ultima, che vuole che l'amore svanisca dalla Terra. Ad affrontare questi pericolo al gruppo di bambini e a Testa Rossa si uniranno anche un trio di pagliacci le cui teste sono state sottratte dai servitori della strega, le Ombre Verdi, e successivamente anche degli animali parlanti, cioè gli "aspettanti", che hanno dentro di loro le anime dei bambini che devono ancora nascere.
    Una storia ricca di avventure, le quali sia susseguono come una serie di giochi dettati dalla fantasia di un bambino, in un mondo in cui domina l'immaginazione. Fino ad arrivare alla prova finale in cui bisogna sconfiggere il nemico definitivo e liberare la Principessa dalle sue grinfie. Una lettura carina e leggera, che si legge con facilità, scritta solo per fare divertire i giovani lettori, anche se un lettore più esperto potrà ritrovarvi dei richiami ad elementi fiabeschi e a classici della letteratura quali "Peter Pan" o "Il mago di Oz", oltre che alle mode e alla cultura degli anni Sessanta (la passione per le avventure western, ai giochi e ai giocattoli di quel periodo).
    Una storia avventurosa, poetica e giocosa, un piccolo capolavoro a lungo dimenticato e destinato a diventare un classico della letteratura per l’infanzia.
     
    Il volume è stato pubblicato originariamente nel 1957 dalla BOMPIANI e poi riedito nel 2024 dalla Gallucci Editore, ha 144 pagine, una copertina flessibile, misura 21 cm d'altezza e 14 cm di lunghezza e costa 13,00 euro.

    Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari, non vi è alcun intento di infrangere il copyright. Le immagini e i testi sono utilizzati a scopo puramente informativo.

    lunedì 2 dicembre 2024

    Una banda senza nome di Guido Petter

    "Una banda senza nome" di Guido Petter è un vecchio romanzo ambientato nel 1943 e che vede per protagonisti una banda di ragazzini che giocano tra loro, ma che presto dovranno scontrarsi con i pericoli e le insidie della Seconda Guerra Mondiale.
     
       
    Sopra: A destra la copertina dell'edizione più recente del 2004, al centro un'edizione del 1996 e a destra un'edizione scolastica del 1999.
     
    1943, tempo di guerra, ma sulla sponda del Lago Maggiore, dove si svolge la vicenda narrata nel libro, gli echi sono molto lontani. Alcuni ragazzini organizzano le loro giornate sotto il segno dell'avventura, formando una Banda che chiamano... Senza Nome.
    I ragazzi che compongono la Banda sono: "Nicola, figlio del calzolaio, magro come uno scheletro, per cui era chiamato, appunto, "Scheletro". C'era Gildo, che abitava nel casello ferroviario, a circa un chilometro dal paese. C'era Checco, il figlio dello stradino, noto per le gambe lunghissime, che giustificavano il nome di Checco-gamba-di-ragno, con cui era generalmente chiamato. E c'era, infine, il figlio del padrone dell' "Antica Osteria alla Pergola", il "Gran Lama", così chiamato, nessuno ha mai sputato il perché." Vi sono poi Alex, il capo della banda in quanto è quello che fa i piani e prende le decisioni, e il narratore, soprannominato Borsa (o Borsa-senza-fondo) a causa della quantità di frutta che riesce a divorare quando ne trova a disposizione. Come dice Borsa di Alex "le idee gli venivano e poi gli si allargavano sempre più si arricchivano e si complicavano, ed era difficile tenergli dietro." E forse Borsa è il suo migliore amico perché, come lui ammette: "I preparativi di un'impresa mi sono sempre piaciuti molto, e quanto più lunghi e complicati erano, tanto maggiore era sempre il divertimento." Quindi al primo piace elaborare piani complicati e all'altro piace realizzarli perché più complicati sono e più li trova divertenti.
    Presto trovano un "nemico" da affrontare: un barcone su cui tre uomini caricano ogni giorno della sabbia da trasportare altrove, e che Alex, il capo della banda, decide di fare affondare per finta. In realtà ad un certo punto la barca non torna più, ma intanto Alex ha trovato molti lavoretti da fare svolgere ai componenti della Banda come: costruire fionde, trovare e custodire munizioni per le fionde, scavare delle trincee attorno alla loro base, costruire un "cannone" (una sorta di fionda gigante), costruire archi e frecce, ecc..
    Tutti lavori che in realtà si riveleranno utili nella lotta contro una banda rivale, organizzata e più numerosa di quella Senza Nome. Nella seconda parte della storia i ragazzi entrano infatti in conflitto con un'altra Banda che ha il suo punto di ritrovo dentro il giardino di una villa, capitanata da due fratelli  piuttosto ricchi di nome Annibale e Cesare.
    Tra avventure, scontri, combattimenti alterni, dopo un anno arriva in paese la guerra vera: i militi fascisti occupano la zona e preparano uno sbarco improvviso per l'indomani sulla sponda opposta del lago. 
    I ragazzi trovano e salvano un partigiano ferito e compiono per lui un'impresa vera, avvertendo quelli della sponda opposta del pericolo imminente. L'avventura è ora realtà.
     
     Sopra: Un paio di pagine iniziali in cui possiamo vedere anche una pagina illustrata dove i ragazzi stanno spiando un barcone (qui disegnato come una vera e propria nave, forse perchè mostra le fantasie dei ragazzini).
     
    I testi sono accompagnati dalle illustrazioni in bianco e nero di Carlo Molinari, le quali hanno un aspetto realistico e sono piuttosto belle, ricordandomi quei disegni che venivano inserite nei libri per ragazzi di fino Ottocento e inizio Novecento.
    I disegni, tutti a pagina intera, come dicevo hanno un aspetto molto realistico, curato e ricco di dettagli, con un bel lavoro, molto accurato, di punti luce e ombreggiature, e rappresentano scene descritte nei testi. Sono ad esempio rappresentate le scene in cui i ragazzi stanno scavando le trincee attorno alla loro base; quella in cui fuggono dai ragazzi dell'altra banda, inseguiti dai cani; quella in cui ascoltano la conversazione di alcuni soldati; ...
    In questo modo i lettori possono visualizzare con accuratezza l'aspetto dei vari componenti della Banda Senza Nome, nonché gli ambienti in cui la vicenda si svolge, i quali sono tutti ambienti naturali, in mezzo alla natura.

     

     
     Sopra: Alcune illustrazioni che mostrano alcuni momenti narrati nel libro come i ragazzi che scavano una trincea, loro che fuggono dalla banda rivale, loro che ascoltano la conversazione di due soldati tedeschi e loro che aiutano un partigiano.
     
    Di questo libro hanno fatto anche un'edizione scolastica, in cui hanno diviso i testi in tre parti e alla fine hanno aggiunto delle pagine con degli esercizi tipo di analisi del testo (sui personaggi, sulla compremsione della storia, sulla tipologia del testo, gli indicatori temporali, ...), anche se hanno rimasto dalla storia le illustrazioni.
    In compenso però nelle pagine in fondo alcuni esercizi si basano proprio sulle illustrazioni (tipo scrivere i fumetti oppure mettere in ordine delle sequenze della storia), le quali vengono riprodotte piccoline.
     
     
     Sopra: Un paio di pagine tratte da un'edizione scolastica che, alla fine, riporta pagine aggiuntive con degli esercizi da eseguire, tra cui alcuni mostrati nelle pagine sopra, che hanno a che fare con delle illustrazioni.
     
    "Una banda senza nome" di Guido Petter è un libro edito nel 1972 col titolo di "Ragazzi di una Banda Senza Nome", dove l'autore in realtà parla di molte esperienze che lui ha vissuto in prima persona da bambino.
    Nella nota finale alla fine del libro l'autore infatti scrive: "Anche se i personaggi di questo libro sono immaginari, essi assomigliano molto ai miei impegni d'infanzia, proprio come alcune delle attività in cui essi sono impegnati somigliano a quelle nostre di allora. Sono dunque presenti nel libro molto elementi autobiografici, anche se liberamente utilizzati nel quadro generale delle vicende narrate."
    Infatti anche i luoghi in cui si svolgono le vicende sono reali: sono quelli del paese del Lago Maggiore dove Petter ha vissuto da ragazzo, anche se qualcosa è stato modificato per esigenze narrative.
    La storia, soprattutto all'inizio, non è che sia chissà quanto interessante, inoltre ho trovato che lo scrittore ogni tanto indulgi un po' troppo nelle descrizioni, ad esempio quando si mette a descrivere cosa fanno esattamente i marinai con la barca per raccogliere la sabbia; o cosa c'è nell'accampamento che i ragazzi usano come base; oppure quando descrive cos'è la "roggia del prestinaio" cioè un tunnel scavato nella roccia che ogni tanto scarica acqua sulla spiaggia. Solo che poi si mette a descrivere fin dove arriva e fin dove dovrebbe portare, e perché i ragazzi si spingono ad esplorarlo fino a un certo punto... Il problema è che tutte queste descrizioni, oltre ad averle trovate troppo lunghe, le ho trovate anche abbastanza noiose in quanto molto tecniche e minuziose, e spesso un po' inutili, diventando pesanti e rallentando la storia, che all'inizio parte già abbastanza lenta e tranquilla.
    Anche le descrizioni di alcune sequenze le ho trovate un po' noiose, tipo quella in cui i ragazzi catturano una gallina perché vorrebbero mangiarsela per pranzo ma non riescono a ucciderla, così perdono diverso tempo a cercare un metodo, quando lo hanno deciso, alla fine rinunciano, riportando indietro il volatile dove lo avevano preso. Oppure vi è la parte in cui Alex dice agli altri di essere riuscito a fabbricare la polvere da sparo, e prima di dire agli altri come ha fatto racconta loro tutta la storia di come è nata e si chi l'ha creata per la prima volta, e dei Cinesi, di chi li coprì, ....
    Diciamo che la prima parte della storia, prima che i ragazzi abbiano a che fare direttamente con l'arrivo della guerra, ha un po' i suoi alti e bassi, con parti carine, che raccontano dei giochi dei ragazzini e la loro rivalità con un'altra Banda, ed altre parti che ho trovato più lente e noiose. Francamente da questo punto di vista ho trovato "I ragazzi di Via Pál", romanzo che tratta tematiche simili (gruppo di ragazzini che giocano e che lotta contro una banda rivale), decisamente più interessante e avvincente.
    La faccenda si fa più intrigante nella terza parte, quando la guerra è i soldati fascisti e tedeschi arrivano nel paese dove vivano i ragazzino, requisendo le barche. Tra l'altro, come spiega sempre l'autore, questo fatto delle barche requisite, il cannoneggiamento, l'arrivo dei due partigiani e l'aiuto fornito a uno di essi sono episodi realmente accaduti.
    I ragazzi infatti, costretti a rimanere fuori durante la notte per il coprifuoco dato, si imbatto in un partigiano rimasto ferito da un proiettile alla gamba. Il gruppetto dopo aver portato l'uomo al sicuro decide di aiutarlo a portare a termine la sua missione.
    Quest'ultima parte è stata decisamente più interessante e coinvolgente, oltre ad offrire ai lettori un'esperienza della seconda Guerra Mondiale e delle lotte partigiane. In realtà avevo iniziato a leggere questo romanzo per proporlo in lettura in condivisa in una classe quarta anche in vista della Giornata della Memoria. Speravo che la prima parte avrebbe aiutato i lettori a immedesimarsi e a farli affezionare al protagonista e ai suoi amici, così da restare maggiormente coinvolti anche nella parte in cui entra in scena il partigiano. 
    Secondo me però soprattutto la prima parte del libro non è molto coinvolgente ed è un po' lenta, anche se un po' si riprende quando inizia il conflitto con la banda rivale, sebbene, se proprio volessi fare una comparazione, non l'ho trovato al livello di quello narrato ne "I ragazzi di via Pál". La caratterizzazione dei personaggi in realtà à anche piuttosto buona, in quanto ogni membro della banda possiede un suo carattere e delle sue peculiarità: Alex è un vulcano di idee, ma non sempre è molto pratico o realistico quando si tratta di metterle in pratica; Checco è meno fantasioso ma è un po' l'ingegnere del gruppo, quello che riesce a far funzionare le idee di Alex; Scheletro vuole assumersi i compiti più difficili ma è poco affidabile perché si distrae con facilità; il Gran Lama è principalmente un gran chiacchierone; Gildo è il più incompetente del gruppo; Borsa è quello che ama ascoltare e seguire le idee e le storie di Alex, oltre ad essere un tipo piuttosto affidabile.
    L'ultima parte invece, da quando arrivano i tedeschi nel paese, è più concitata e piuttosto emozionante.
    Storia carina con i suoi alti e bassi, interessante più che altro perché riporta esperienze vissute realmente dall'autore, riguardo ad esempio a giochi e attività che i bambini facevano un tempo e poi, soprattutto, riguardo agli eventi legati alla Seconda Guerra Mondiale .

    Questo libro è stato pubblicato nel 1996 dalla GIUNTI Editore; ha 251 pagine, una copertina flessibile, misura 21 cm d'altezza e 15 cm di lunghezza e costava 15.000 LIRE. 
    Anche se originariamente il volume venne pubblicato dalla GIUNTI Marzocco nel 1972 col titolo di "Ragazzi di una banda senza nome".
     
     
    Sopra: A destra la copertina dell'edizione del 1972, a destra quella del 1977, entrambe edizioni che riportano il primo titolo dell'opera: "Ragazzi di una banda senza nome".
     
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