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lunedì 11 maggio 2026

Il cacciatore di draghi di J.R.R. Tolkien

"Il cacciatore di draghi" di J.R.R. Tolkien è un libro breve scritto da Tolkien, inizialmente nato come racconto per intrattenere i figli, ma che pian piano si è evoluto, modificandosi anche piuttosto radicalmente, fino a raggiungere alla sua forma attuale. Tale edizione tuttavia contiene anche la prima versione manoscritta di "Farmer Giles" e il seguito poi abbandonato da Tolkien.
Una storia ironica, scanzonata e divertente che vede per protagonista un fattore che si ritrova a dover sconfiggere un drago.
 
  
Sopra: A sinistra la copertina dell'edizione Bompiani del 2005, al centro una ristampa in flessibile del 2019 e a destra l'edizione Rusconi del 1998.

Un contadino abitudinario e un po' fanfarone, costretto a dar la caccia a un drago su cui riesce ad avere la meglio, diventa ricco e rispettato, tanto da essere eletto re. La fonte sarebbe un'antica cronaca in latino contenente il resoconto delle origini del Piccolo Regno. Ma è solo un espediente. Tolkien vi ricorre per creare un mondo metastorico, senza precise coordinate spazio-temporali, un'atmosfera da fiaba, un universo immaginario popolato di draghi e di giganti in cui però possiamo ritrovare qualcosa della nostra quotidianità.
"Aegidius De Hammo era un uomo che viveva ne bel mezzo dell'Isola di Britannia. Il suo nome completo era Aegidius Ahenobarbus Julius Agricola de Hammo; in quei giorni, molto tempo fa, quando quest'isola era ancora felicemente divisa in molti regni, la gente era ricca di nomi altisonanti. Allora c'era più tempo, e meno gente, così che quasi tutti si distinguevano. Comunque, quei tempi sono ormai finiti, perciò, da qui in po, chiamerò quell'uomo in breve, con il nome nella forma volgare: egli era il fattore Giles di Ham, e aveva la barba rossa. [...] Egli era un tipo posato, piuttosto abitudinario, e interessato unicamente ai suoi affari." 
La storia ha inizio quando nelle terre del fattore Gile arriva per sbaglio un gigante, miope e anche piuttosto sordo, che aveva perso la strada di casa: "calpestava gli olmi come fossero erba alta, e provocava la rovina delle strade e la devastazione dei giardini, perchè i suoi enormi piedi lasciavano buche profonde come pozzi; se inciampava in una casa, era la sua fine. E tutti questi danni li faceva ovunque andasse perchè la testa, che gli arrivava ben oltre i tetti delle case, lasciava che i piedi se la cavassero da soli."
Avvisato dal fedele cane Garm, Giles esce di casa imbracciando uno schioppo e spara al gigante che, infastidito dalla cosa (pesando che si tratti di un grosso insetto fastidioso) decide di cambiare strada e andarsene.
La notizia di come il fattore Giles abbia sconfitto il gigante tuttavia si diffonde velocemente, ingrandendosi, tanto ad arrivare anche alle orecchie del re, il quale, in seguito dell'arrivo nel regno di un drago, decide di affidare proprio a Giles il compito di uccidere la creatura.
Riuscirà il protagonista a cavarsela anche questa volta? 

  
 Sopra: Due pagine tratte dal primo capitolo, dove a sinistra vediamo un disegno del fattore Giles, il protagonista, e a destra uno del gigante che il fattore riuscirà a scacciare.
 
I testi sono accompagnati dalle illustrazioni (volute dall'editore per allungare la storia scritta da Tolkien che doveva essere pubblicata come volume unico ma era troppo corta) in bianco e nero di Pauline Baynes, la quale, come scritto nell'introduzione "entrò subito nello spirito del libro e, con lo spirito e le abilità a lei tipiche, produsse più disegni di quelli richiesti, e perfino due tavole a colori." 
In realtà inizialmente le illustrazioni erano state commissionate ad un'altra artista: "Dato che Tolkien non aveva nessuna illustrazione pronta per Farmen Giles, suggerì che a realizzarle fosse Milein Cosman, una giovane artista che secondo sua figlia Priscilla meritava una possibilità. La Cosman fu lenta nel produrre le illustrazioni richieste, e quelle che infine presentò nel gennaio e nel luglio del 1948 non piacquero né a Tolkien né alla Allen & Unwin. La Cosman fu scartata (ma ebbe comunque una carriera di successo), e l'incarico venne affidato a Pauline Bayes, le cui vignette comico medievali avevano attirato l'attenzione di Tolkien."
In effetti i disegni in stile medievaleggiante ma allo stesso tempo un po' beffardo ed umoristico della Baynes rendono pienamente lo spirito della storia, ambientata in una sorta di periodo Medievale, ma anche ricca di riferimenti ironici.
Le illustrazioni, dalle linee semplici e pulite e dai tratti netti e precisi, sono solitamente di piccole dimensioni e inserite in mezzo ai testi. Esse rappresentano personaggi o scene descritte nei testi come: il fattore Giles e il suo cane, il drago, uan spada donata a Giles dal Re, Giles che combatte col drago, ecc...

  

  
 Sopra: Alcune pagine con le illustrazioni in bianco e nero e dallo stile medievaleggiante di Pauline Baynes.

"Il cacciatore di draghi" di J.R.R. Tolkien è un libro che contiene una breve avventura ironica (e il suo seguito, anche se incompiuto) che vede per protagonista un fattore che diventa cavaliere, e poi addirittura re in seguito a tutta una serie di bizzarre coincidenze.
Come scritto nell'introduzione: "Giles, il fattore di Ham, come Roverandom, era in origine il protagonista di un racconto inventato da J.R. Tolkien per intrattenere i suoi figli. Una volta messa per iscritto, la storia crebbe in lunghezza e complessità nel corso di quasi vent'anni: da un manoscritto, il testo progredì attraverso quattro dattiloscritti, prima di essere finalmente pubblicato nel 1949.
La prima versione fu scritta a mano in ventisei pagine, è narrata dal "Papà", che all'inizio e alla fine interrompe la storia facendo domande agli ascoltatori. Inoltre egli inserisce la storia in un contesto personale per il su pubblico. [...] Ci sono alcuni giochi di parole, e manca la maggior parte delle arguzie filologiche e delle allusioni erudire che rendono il testo del 1949 così peculiare."
La prefazione è interessante perchè permette di conoscere come è nata questa storia e come si è evoluta. Questa infatti è una vicenda che Tolkien ha originariamente inventato per intrattenere i suoi figli, per poi ampliarla e aggiungervi arguzie filologiche e maggiori dettagli, tanto da trasformarla in un racconto pesato per essere apprezzato più dagli adulti che non dai bambini, che farebbero più fatica a coglierne l'ironia.
La vicende infatti vuole rendere in giro tutte le storie che narrano epiche imprese medievali di coraggiosi e valorosi cavalieri, in quanto qui il protagonista della vicenda è un fattore neanche più tanto giovane, il cui unico scopo è quello di occuparsi delle sue terre. Tutto ciò però cambia quando un gigante arriva per errore nei pressi della casa del fattore, che così si trova costretto a cercare di scacciarlo e ci riesce quasi per caso grazie al colpo di un fucile, che convince il gigante a dare dietrofront e tornarsene a casa.
Da quel momento le sue gesta iniziano a diffondersi e a venire celebrate fino ad arrivare anche alle orecchie del sovrano che invia all'uomo una vecchia spada, che si scoprirà essere un artefatto magico: un'arma creata proprio per uccidere i draghi.
La cosa capita a fagiolo visto che poco tempo dopo l'arrivo del gigante arriva nel regno un drago che inizia a divorare abitanti e animali. La cosa va avanti per mesi, ma nessuno dei cavalieri del re, nonostante le richieste sempre più insistenti del popolo, si decide ad andare ad affrontare il drago. Alla fine il re decide quindi di inviare il fattore Giles, il quale, non proprio contento, parte con la sua cavalla, la spada e un'armatura di fortuna per scacciare il drago.
Nella storia ovviamente si sottolinea quindi l'incapacità dei cavalieri, che non amano fare altro che divertirsi, infischiandosene dei propri doveri, e della cupidigia del sovrano, che si presenta a casa di Giles solo quando scopre che il drago, in cambio della libertà ha promesso a Giles tutto il suo tesoro.
Il fattore Giles invece è uno di quei personaggi tranquilli che vorrebbero pensare solo ai propri affari ma che si ritrovano a dover far fronte ad imprese molto impegnative, nelle quali riescono pure a cavarsela egregiamente grazie a un bel po' di fortuna, acquisendo così una grande fama. C'è da dire comunque che il fattore Giles viene sì spesso aiutato dalla fortuna, ma è stato comunque in grado di fare delle scelte sagge e oculate, il che lo rende un personaggio piacevole, oltre che divertente. 
Oltre a una introduzione e alla versione definitiva della storia il volume contiene anche la prima versione e il seguito (anche se mai concluso), che vedrebbe come protagonista il figlio del fattore Giles. 
Quella di "Il cacciatore di draghi" è una storia breve e piacevole, fiabesca, simpatica e ironica, sebbene all'interno ci si possano trovare  arguzie filologiche e  allusioni erudite (tipo parti scritte in latino). 
 
Quest'opera è stata pubblicata nel 1949 dalla George Allen & Unwin col titolo "Farmer Giles of Ham" ed è stata edita in italiano nel 1999 dalla HarperCollins Publishers.  Il volume in mio possesso è l'edizione del 2005 della Bompiani, che ha 64 pagine, la copertina rigida, misura 24,5 cm d'altezza e 16,5 cm di lunghezza e costava 19,00 euro.
 
Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari, non vi è alcun intento di infrangere il copyright. Le immagini e i testi sono utilizzati a scopo puramente informativo.

venerdì 19 settembre 2025

La guerra dei bottoni di Luis Pergaud

"La guerra dei bottoni" è un romanzo scritto da Luis Pergaud del 1912 e di cui esiste un'edizione illustrata da Claude Lapointe. Un romanzo per ragazzi che parla della guerra i ragazzini di due bande rivali i quali si combattono rubandosi bottoni.
 
    
Sopra: A sinistra l'edizione del 1991, al centro quella della BUR del 2013 e a destra sempre una una del 1991.
 
Nella campagna francese, senza esclusione di colpi e di ridicolo, un'altra battaglia viene combattuta in un remoto angolo della campagna francese: quella tra due bande di ragazzi dei villaggi di Longeverne e Velran. 
Posta in palio: i bottoni dei vestiti, strappati ai bambini catturati, costretti a tornare a casa a brache calate. I vincitori di imboscate, trappole e battaglie tagliano e sottraggono implacabilmente tutti i bottoni dei loro sfortunati prigionieri.
Come si legge nella prefazione: "I bambini e i ragazzi di campagna protagonisti di questo romanzo degli inizi del nostro secolo hanno sempre una ran voglia di togliersi i vestiti o di levarli agli altri. È una forma di lotta contro gli adulti che pretendono, anche quando fa caldo, che ci si debba vestire con tutti i bottoni allacciati. Questi ragazzi conducono due guerre: quella contro i loro coetanei e quella contro i genitori, verso i quali non portano molto rispetto, giudicandoli anzi malissimo."
Inoltre la prefazione avverte subito che questo è "un romanzo anticonformista: l'autore, mettendo in rilievo la vita reale di un paese ella campagna francese degli inizi del secolo, non si preoccupa di censurare il modo di parlare dei bambini e dei ragazzi contadini, abituati a chiamare ogni cosa, o ogni parte del corpo, con il proprio nome."
A partire dall'autunno, con l'inizio della scuola, come succede ogni anno ormai da tempo immemorabile, l'esercito di Longeverne inizia la sua campagna bellica contro quelli di Velrans. La vicenda si apre proprio con i fratelli Gibus che sono assaliti dall'esercito di Verrà a, che li prende a parolacce. Quando gli altri membri della banda si Longeverne vengono a sapere della cosa, particolarmente insospettiti, deciso di vendicarsi andando a scrivere una frase offensiva nei confronti dei rivali sui portoni della chiesa di Velrans.
Iniziano così i rispettivi attacchi, durante uno dei quali i Longeverne riescono a catturare uno degli avversari e gli tagliano tutti i bottoni dei vestiti: "Cominciò dal camiciotto: prima i ganci del colletto, poi tagliò i bottoni delle maniche e del davanti, quindi tutte le asole; dopodiché fu Camus a sfilare quel capo d'abbigliamento ormai inutile.
I bottoni e le asole della maglia, assieme alle bretelle, dividono la stessa sorte, sicché fu fatta saltare anche la maglia. Poi tocco alla camicia: dal colletto al davanti, alle maniche, non furono risparmiati un bottone né un'asola; poi furono "ripuliti" i pantaloni. Pezze, fibbie, tasche, bottoni e asole: non sfuggì nulla. Le giarrettiere d'elastico che reggevano le calze furono requisite, i lacci delle scarpe tagliati in trentasei pezzi."
Ha così inizio la famosa "guerra dei bottoni" che dà anche nome al libro e di cui seguiremo l'evoluzione per il resto del romanzo.
 
 Sopra: Alcune pagine che segnano l'inizio del romanzo, con alcune illustrazioni in bianco e nero di Lapointe.
 
I testi sono accompagnati dalle illustrazioni in bianco e nero di Claude Lapointe. Sono disegni dai tratti puliti che mostrano ai lettori alcune delle scene e dei personaggi che sono descritti nella storia: il momento in cui 
In effetti nel libro sono presenti diverse scene di violenza, che l'artista non esita a rappresentare, sebbene con una certa vena goliardica: le varie lotte tra le bande, sia a mani nude che con bastoni, gli agguati e le imboscate, il padre di Tintin che lo prende a calci sul sedere ...
Le illustrazioni, tutte a pagina intera e qualcuna anche a doppia pagina, sono molto dettagliate e ricche di particolari, l'aspetto di personaggi e ambienti è realistico, sebbene i primi abbiano un aspetto leggermente esagerato, un po' caricaturale, soprattutto per quanto riguarda i volti e le espressioni. Tutti i personaggi sono molto espressivi, ma soprattutto i volti di alcuni adulti sono piuttosto esagerati, tanto da suscitare nei lettori sicuramente più di un sorriso. Il che è coerente con il tono del libro, visto che i ragazzi protagonisti non hanno rispetto per i genitori, o comunque per gli adulti in generale, che amano più sbeffeggiare piuttosto che rispettare, e quindi anche l'aspetto degli adulti sembra una sorta di caricatura, un modo per ridicolizzarli.


  

  
 Sopra: Alcune delle illustrazioni in bianco e nero presenti all'interno del volume, le quali mostrano la banda di ragazzi a scuola, alle prese con la banda rivale oppure con i propri genitori.
 
"La guerra dei bottoni" di Luis Pergaud è un divertente e decisamente poco politicamente corretto romanzo che vede protagonisti dei ragazzi di due bande rivali di due paesi vicini, di cui il lettore seguirà le vicende di quelli del paese di Longeverne. 
I componenti della banda sono parecchi, e al lettore ci vorrà un po' per riuscire a identificare i vari personaggi e a ricordarselo: 
  • Lebrac: il capo dell'esercito di Longeverne, considerato "testardo come un mulo, intelligente come una scimmia e vispo come una lepre", è innamorato della sorella di Tintin, la gentile e graziosissima Maria. Forte e generoso, capo incontrastato dei Longeverne e dotato di grande coraggio. Catturato dai nemici, e privato dei bottoni, si rifugerà in un fosso, dal quale uscirà mostrando il fondoschiena agli avversari offendendoli.
  • Camus: il tenente di Lebrac, abilissimo ad usare la fionda attraverso cui spara proiettili micidiali, è innamorato di Tavie. È un grande arrampicatore, bravissimo a scovare nido di ciuffolotti  (che da quelle parti sono chiamati "Camus") e  per la sua abilità nel trovare rifugi sugli alberi.
  • La Crique: quello "che sapeva tutto", infatti è l'intellettuale, sempre allegro e vispo, membro del gruppo. Aiuta sempre i compagni suggerendo durante le interrogazioni in classe. Conosce a memoria l'intera storia della secolare guerra tra Longeverne e Velrans.
  • Tintin: tesoriere della banda, a lui è affidato il compito di conservare gelosamente il bottino di guerra strappato al nemico. La sorella Marie è innamorata di Lebrac.
  • I due fratelli Les Gibus: Grangibus e Tigibus, quest'ultimo il minore che segue dappertutto il fratello più grande. Vivono alle porte del paese.
  • Guignard: ragazzo che soffre di strabismo e che si deve girare sul fianco per guardarti in faccia.
  • Tétas o Tétard: ragazzo dalla grossa testa.
  • Guerreillas: il cui sguardo "con quegli occhioni terribilmente strabuzzati, faceva apparire Guignard come un Adone"
  • Bati: uno dei più piccoli membri della banda, demoralizzato dal fatto che suo padre non si ubriaca mai a differenza degli altri.
  • Bacaillé: frustrato a causa di un difetto fisico (è storpio), e geloso a causa dell'amore che Ottavia nutre nei confronti di Camus, tradisce la banda andando a rivelare a quelli di Velrans dove si trova la capanna al cui interno viene nascosto il bottino del tesoro.
  • Boulot: anche lui vive al di fuori del centro urbano, come i due Gibus.
  • Gambette: chiamato così perché è il messaggero che durante gli scontri porta al comando le notizie sulle "perdite subite", suo padre è un repubblicano di vecchia data.
  • Nonostante la banda sia formata da parecchi ragazzi e bambini in realtà molti passano in secondo piano, tanto che il lettore faticherà a ricordare chi sono, in quanto quelli maggiormente degni di nota sono Lebrac, Le Crique, Tintin, Gambette e Bacaillé (e quest'ultimo diventa rilevante solo dopo la prima metà del libro.
    I ragazzi passano le giornate autunnali e invernali a sfidare la banda del paese vicino, usando spesso degli epiteti decisamente poco educati.
    Come ci ha avvertito la prefazione, l'autore utilizza un linguaggio piuttosto colorito, ma come lui stesso spiega: "non ho avuto paura dell'espressione cruda, a patto che fosse gustosa, né del gesto insolente, a patto che fosse epico." Ad esempio proprio all'inizio del volume i fratelli Gibus spiegano agli altri di essere stati aggrediti da quelli di Velrans e gli "hanno urlato bastardi, salami, ladri, porci, merde, mezze cartucce, caconi, palle penzoloni, e ..."
    Soprattutto l'espressione "palle penzoloni" (anche se in lingua originale l'insulto era "palle di fango") sembra colpire particolarmente i ragazzi che si mettono a riflettere su cosa voglia dire questa espressione, facendo esplicito riferimento ai testicoli: "Palle penzoloni! ... Le palle, lo sanno tutti cosa sono, accidenti, perché c'è le hanno tutti, anche Miraur, il cane si Lisée, che sembrano dei marroni senza riccio. Ma palle penzoloni! ... palle penzoloni..."
    Altre espressioni colorite sono "bastardo", "culo di piombo", oppure metafore come questa: "come un volo di passeri su dello sterco fresco". Insomma nel libro sono presenti parecchi insulti, tanto che ad un certo punto il narratore metterà in guardia il lettori in proposito di una serie di insulti che Lebrac lancia contro i velranesi: "Quando Lebrac fu uscito dagli spini, cominciò, secondo le formule d'uso, la conversazione diplomatica seguente ( a questo punto il lettore o la lettrice mi permettano un inciso e un consiglio. Il rispetto della verità storica mi costringe a usare un linguaggio che non è proprio quello delle corti e dei salotti. Io non provo alcuno scrupolo né vergogna a a riprodurlo e mi ci sento autorizzato dall'esempio del mio maestro Rabelais. Tuttavia, [...] essendo d'altronde i tempi cambiati, consiglio alle orecchie delicate e alle anime sensibili di saltare cinque o sei pagine."
    Nonostante il linguaggio colorito l'atmosfera generale che si respira anche durante questi scontri é gaia e divertente, in quanto le parole non sono dette con vero odio, ma più come provocazione, sfoghi e sberleffi. Una lettura molto ironica e divertente, consigliata a partire dai 10/11 anni, dove i lettori seguiranno queste avvincenti lotte tra bande, dove non manca anche una certa dose di violenza fisica, visto che spesso i rispettivi componenti si ritrovano picchiati o malmenati, ma non solo dai coetanei, ma anche dagli adulti, genitori o insegnanti. 
    Leggendo questa storia si può infatti vedere uno spaccato dell'epoca in cui è ambientata, i primi anni del Novecento, quando picchiare i ragazzi era considerata una pratica normale, e anche i fanciulli sembravano non dolersene troppo. Ma assistiamo anche ai timidi corteggiamenti con le ragazzine, a cui non potevano rivolgere direttamente la parola, ma a cui portavano dei regalini (dolci di panpepato presi al mercato), alle giornate a scuola, al lavoro nei campi o nelle stalle, alla messa obbligatoria ogni domenica, dove ci si doveva vestire bene, la mancanza di soldi propri da poter spendere ...
    Per certi versi tale romanzo mi ha ricordato "I ragazzi della via Pàl" (uscito più o meno negli stessi anni): c'è ad esempio l'elemento delle due bande di ragazzi in lotta tra di loro, c'è la fedeltà e l'amicizia tra questi membri, che si sentono parte di qualcosa di importante (anche se, in entrambi i casi, non mancherà un tradimento), e c'è la serietà con cui questi ragazzi si dedicano ai loro giochi e alle loro battaglie, ingegnandosi in tutti modi per vincere, serietà che creano nel lettore un coinvolgimento emotivo nell'assistere a questi giochi e nell'affezionarsi ai personaggi. A differenziare tale romanzo da quello di Ferenc Molnàr è invece il tono: i ragazzi della via Pàl lottavano con l'altra banda per contendersi un territorio su cui poter giocare a pallone, perchè vivendo in città non c'erano spazi adeguati i cui poter divertirsi all'aperto con gli amici; vi è quindi per tutto il romanzo questa denuncia nei confronti della società che rende l'atmosfera più pesante, per non parlare poi del finale piuttosto tragico e amaro. Nel romanzo di Perguard l'atmosfera è sempre allegra e gaia, nonostante le botte che tutti i ragazzi si prendono da coetanei o genitori, essi essendo ragazzi di campagna hanno un sacco di spazi verdi in cui poter giocare e li sfruttano con gioia.
    Un romanzo in cui ad essere criticati sono soprattutto gli adulti, che sono spesso degli ipocriti che predicano bene ma razzolano male, come si suol dire, incapaci di mettersi dalla parte dei bambini e dei ragazzi. Perguard crea così un romanzo completamente dalla parte dei ragazzi, nel quale, sebbene ci siano molto scontri tra ragazzini, alla fine il nemico principale sono proprio gli adulti, perché con loro non si può giocare sullo stesso livello ad armi pari. Anche se alla fine sembra esserci una certa consapevolezza del fatto che probabilmente anche i ragazzi un giorno diventeranno come i loro genitori.
     
    Tale libro illustrato è stato edito originariamente nel col titolo "La guerre des boutons" dalla Mercure de France, ed è stato pubblicato in italiano per la prima volta nel 1983 dalla Bompiani. L'edizione che ho io, delle Edizioni EL, illustrata, è uscita nel 1991, ha una copertina flessibile, misura 17,8 cm d'altezza e 12,5 cm di lunghezza, ha 352 pagine e costava 16.000 LIRE. 
    Ci sono comunque varie edizioni attualmente disponibili, come quella del 2010 del BUR Rizzoli che costa 10,50 euro, oppure quella del 2015 edita da Crescere che costa 4,90 euro, nessuna di queste edizioni è tuttavia illustrata.
     
    Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari, non vi è alcun intento di infrangere il copyright. Le immagini e i testi sono utilizzati a scopo puramente informativo.  

    giovedì 12 giugno 2025

    SPECIALE libri non illustrati

    In questo speciale dedicato ai libri privi di disegni (mentre il mio blog è specializzato in libri illustrati) vi parlerò di tre romanzi appartenenti a diversi generi, anche se tutti sono abbastanza vecchiotti, per cui spero di riportare un po' alla luce qualche mezzo classico dimenticato.
    Il più vecchio, se guardiamo la pubblicazione originaria, è il fantasy: "MOONACRE: I segreti dell'ultima Luna : Il cavallino bianco", scritto nel 1946 da Elizabeth Goudge, anche se l'edizione che attualmente si trova in commercio è quella del 2009 della Rizzoli.
    Poi abbiamo il giallo "Picnic ad Hanging Rock" di Joan Lindsay, pubblicato nel 1967, anche se in Italia è stato tradotto solo nel 1988.
    Infine il libro maggiormente indirizzato a un pubblico giovane: "L'albero di Halloween" di Ray Bradbury, edito nel 1972, ma portato in Italia solo nel 1994, anche se poi è stato ripubblicato più volte anche da diverse case editrici.
     

    "PICNIC A HANGING ROCK" di Joan Lindsay con 205 pagine, edito nel 1993 dalla Sellerio (costo di 12,90 euro. Titolo originale: "Picnic at Hanging Rock", 1967).
    Il 14 febbraio 1900, giorno di san Valentino, le allieve dell'Appleyard College nello stato di Victoria, Australia del Sud, si recano per una scampagnata a Hanging Rock, aspra collina vulcanica che si erge solitaria nella prateria, un luogo del mito dove può capitare qualsiasi cosa, come ricorda loro anche la direttrice prima della partenza: " - Bene. Dunque, signorine, abbiamo davvero fortuna con il tempo, per il nostro picnic a Hanging Rock. Ho dato istruzioni a Mademoisselle che, siccome la giornata probabilmente sarà calda, vi permetta di togliervi i guanti quando la carrozza avrà attraversato Woodend. Pranzerete nell'area attrezzata per i picnic vicino alla Roccia. Ancora una volta lasciatemi ricordarvi che la Roccia vera e propria è estremamente pericolosa, pertanto vi proibisco assolutamente di organizzare sciocche imprese da ragazzacci per andare a esplorare anche solo i pendii più bassi. Si tratta, comunque, di una meraviglia geologica solla quale dovrete, lunedì mattina, stendere un breve saggio. Desidero ancora una volta rammentarvi che il luogo è noto per i serpenti velenosi e per le dannosissime formiche, di varie specie. Credo sia tutto. Spero che trascorrerete una giornata piacevole e cercherete di comportarvi in modo da fare onore al collegio. Vi aspetto di ritorno, signorina McCraw e Mademoiselle, verso le otto per una leggera cena."
    E qualcosa succede: mentre ai piedi della roccia ci si attarda tra le tovaglie stese sull'erba, gli orologi del cocchiere e delle istitutrici si fermano misteriosamente a mezzogiorno e tre allieve, Miranda, Irma e Marion, si avventurano verso la cima seguite dalla matura signorina McCraw. Quando è il momento di tornare al collegio le ragazze e l'insegnante non si trovano e vana risulta ogni ricerca; solo Irma scenderà dalla roccia misteriosa, ma senza ricordare nulla, e con una ferita alla fronte. Per la prima settimana le ricerche della polizia, e non solo, non si trova nessun indizio, mentre il 21 febbraio, quasi per caso grazie a una sorta di intuizione, il giovane Fitzhubert riesce a ritrovare una delle ragazze ancora viva, la quale però non ricorderà nulla di quanto accaduto. 
    La storia si dipana piuttosto lentamente, con parti molto descrittive ma che in realtà non si concentrano sempre sulle indagini, anche perché alla fine non sembra esserci poi molto su cui poter indagare: nessun indizio spunta fuori e anche i possibili testimoni sembrano non ricordare mai nulla, pure a distanza di tempo.
    Il romanzo racconta un mistero insoluto, un avvenimento realmente accaduto ma trasfigurato in un mito. È quindi una sorta di ricostruzione romanzata di un fatto di cronaca (o almeno questo è ciò che l'autrice ci fa credere), un mistero che non verrà mai risolto, il che ha reso la lettura per me un po' deludente, in quanto, sebbene il libro non sia neanche troppo lungo (sebbene sia scritto abbastanza in piccolo) l'ho percepito come lento. Ho continuato la lettura sperando appunto nella risoluzione del mistero, che è in effetti alquanto intrigante, e che sembrava aver ripreso vigore dopo il ritrovamento di una delle ragazze. Ma purtroppo, man mano che passavano i capitoli il ritrovato entusiasmo si è smorzato, e devo dire di essere arrivata alla fine del libro abbastanza forzatamente.
    Probabilmente è stato sbagliato il mio approccio iniziale al libro, in quanto ho pensato che si trattasse di un normale romanzo giallo con alcune ragazze scomparse di un collegio (antefatto molto interessante). Invece l'autrice ha fatto in modo di renderlo un fatto di cronaca misterioso e tutto'ora rimasto irrisolto. Il libro quindi può essere interessante per chi volesse approfondire questo strano avvenimento, immergendosi nella storia seguendo le indagini, i pensieri dei presenti, le preoccupazioni della direttrice del collegio, la tristezza delle varie studentesse... Alla fine i fatti concreti non sono poi molti, praticamente gli avvenimenti degni di nota sono tre o quattro, i quali vengono contornati da tante descrizioni e fatti abbastanza irrilevanti (pettegolezzi del vicinato, le preoccupazioni della direttirce del collegio o dei genitori, indagini che però non portano a nulla). Mentre lo leggevo avevo la sensazione che il tutto si stesse svolgendo non nella realtà ma di trovarmi in una dimensione onirica, come se mi trovassi dentro a un sogno, ed è stato un po' strano, in una narrazione che gioca molto sulle ambiguità e sul non detto.
    Nonostante poi la storia descriva le vicende e gli stati d'animo di molte persone, tutte coinvolte in qualche modo nel caso dell'epoca, nessuna viene presa come punto di riferimento, come protagonista, per cui io non mi sono affezionata a nessuno personaggio in particolare e nessuno mi ha lasciato qualcosa alla fine della lettura.
    Io purtroppo non ho trovato quello che mi aspettavo e, sebbene a tratti la storia ritornasse ogni tanto a coinvolgermi (perchè comunque il libro è scritto bene, nonostante le molte parti descrittive), il finale ha reso per me deludente la lettura.
    Curiosità: a quanto pare esisteva un capitolo finale in cui l'autrice spiegava la scomparsa delle ragazze e dell'insegnate (una spiegazione che non è razionale, ma soprannaturale, vicina all'esoterismo), il capitolo però fu rimosso su richiesta dell'editore e l'autrice diede il permesso al suo editor di pubblicarlo sono dopo la sua morte. La versione col capitolo aggiuntivo però non è mai stata pubblicata in italiano.
     
     
    Sopra: A sinistra la copertina dell'edizione del 2023, a destra un'altra edizione Sellerio del Duemila.

    "L'ALBERO DI HALLOWEEN" di Ray Bradbury con 144 pagine, edito nel 1994 dalla BOMPIANI (costo di 12 000 LIRE. Titolo originale: "The Halloween tree", 1972).
    E' la notte di Halloween  e otto ragazzini si sono mascherati per l'occasione pronti a fare dolcetto o scherzetto: Tom è vestito da scheletro, Henry da strega, Ralph è fasciato come una mummia, Georg è diventato uno spettro, J.J. scompigliato come un cavernicolo, Fred stracciato come un accattone, Wally indossa una maschera da grottesca, Pipkin... «Ehi, dov'è finito Pipkin?»... Indossava una maschera bianca e portava una lunga falce. 
    Nella serata che precede Ognissanti qualcosa di stupefacente è accaduto: un enorme albero è apparso e, dai suoi rami, pendono centinaia di zucche. Zucche in cui sono intagliati sorrisi inquietanti e occhi luminescenti che fissano otto ragazzini: "Un albero così non l'avevano mai visto.
    Sorgeva in mezzo a un grande cortile dietro quella dimora misteriosa. Era alto più di trenta metri, più dei comignoli più alti, era ben sviluppato nei ra mi e aveva un'abbondante chioma di foglie autunnali rosse, gialle e marrone.
    <<Ma...>> sussurrò Tom, <<guardate! Guardate su quell'albero!>>
    Dall'albero pendevano migliaia di zucche di ogni forma e grossezza, in mille sfumature di giallo e di arancione.
    <<Un albero di zucche>> suggerì uno dei ragazzi.
    <<No>> fece Tom.
    Il vento soffiava sulle cime dei rami e faceva dondolare dolcemente i frutti dai vivaci colori.
    <<È l'Albero di Halloween>> disse Tom.
    Aveva ragione. 
    Le zucche sull'Albero non erano delle semplici zucche. In ognuna era intagliata una faccia differente, ogni occhio era quello di uno sconosciuto, ogni naso era più strano dell'altro, ogni bocca sogghignava in modo diverso.
    Dovevano esserci almeno mille zucche che penzolavano dai rami dell'Albero. Mille sorrisi, mille smorfie. E almeno duemila occhiate, strizzatine, ammiccanti.
    I ragazzi osservarono attenti, quando accadde un fatto nuovo.
    Le zucche dettero segni di vita. Una per una, dai rami più bassi, in ogni zucca si accese una candela. Prima una, poi l'altra, poi un'altra ancora, sempre più su, tre zucche qui, sette zucche là, una dozzina, un centinaio, cinquecento, mille zucche si accesero. Il fuoco brillava attraverso le fessure degli occhi, fiammelle guizzavano dalle bocche a dentiera, scintille sprizzavano dalle orecchie.
    Da qualche parte si levò un coro di due, tre, forse quattro voci che cantavano una nenia sul cielo e la terra sprofondati nel sonno. La polvere fioccava dalle grondaie."
    Nel frattempo intanto Pipkin è sparito. Che fine ha fatto? Scortati da Sudario, una guida davvero particolare, i sette ragazzi partono alla ricerca dell'amico e strada facendo si imbatteranno in una fitta serie di avventure grottesche e allucinanti. E... riusciranno a salvare Pipkin? Quest'ultimo è il loro migliore amico, perché è un bambino estremamente allegro e vivace, tanto che "nessuno lo aveva mai visto fermo" e "Il giorno in cui Joe Pipkin era nato tutte le bottiglie di coca-cola e di aranciata avevano spumeggiato di gioia." 
    Ecco come viene descritto Pipkin: "Le sue scarpe da tennis erano vetuste, verdi delle foreste che aveva attraversato, brune dei lunghi percorsi fra le messi di settembre, incatramare sui moli e sulle spiagge dove attraccavano le chiatte di carbone, gialle delle intemperanze dei cani, piene di schegge di steccati
    Gli abiti erano quelli dello spaventapasseri, su cui i cani di Pipkin dormivano o giocavano, frusti alle maniche e strappati didietro. I capelli? Un porcospino di setole biondo-scure, puntate come daghe in tutte le direzioni. Le orecchie? Pura peluria di pesca. Le mani? Impastate di polvere, del buon odore dei cani Acireale, di caramelle di menta e pesche rubate in lontani frutteti." 
    Egli viene rapito dalla Morte, e per poterlo ritrovare i ragazzi accompagneranno il signor Buonaparte Clavicola Sudario in un viaggio attraverso vari secoli e varie culture, per scoprire le origini e le tradizioni legate ad Halloween. Come inizialmente fa infatti notare loro Sudario: "<<Ragazzi, guardatevi in faccia. Tu, perché indossi quella maschera da Teschio? E tu? che porto una falce? E tu? travestito da strega? E tu, e tu, e tu?>>" Puntava il dito ossuto a ogni maschera. <<Non lo sapete, vero? Vi siete sporcati la faccia di cerone e avete indossato quei vecchi stracci che puzzano di naftalina senza sapere nemmeno perché!>> [...]
    Tutti i ragazzi osservarono con imbarazzo i propri costumi e diedero un'aggiustatina alle maschere.
    <<Non ci piacerebbe scoprirlo?>> chiese il signor Sudario. <<Ve lo dirò io! Anzi, Ve lo mostrerò! Se solo avessimo tempo...>>
    <<Sono appena le sei e mezzo. Halloween non è nemmeno cominciata!>> protestò Tom - lo - scheletro. 
    <<Giusto!>> rispose il signor Sudario. <<D'accordo... andiamo>>"
    E così inizia il viaggio dove i ragazzi visiteranno le origini della festa e dei loro costumi: la preistoria, dove gli uomini temevano la morte quotidianamente, e avevano paura del buio, degli animali feroci e dell'avere abbastanza cibo per sopravvivere; l'antico Egitto, dove gli Egizi davano grande importanza all'aldilà, preparandosi in anticipo costruendo sontuose tombe (chi poteva permetterselo) e poi facendosi mummificare, per essere pronti a passare oltre; gli antichi Greci e la loro Festa degli Orci, in cui venivano offerti cibi ai defunti e gli usci delle porte venivano dipinti con la pece, così che gli spiriti non potessero entrare nelle case; le isole Britanniche e i Celti, e il loro Dio di Ottobre Samhain, il dio dei Morti, che falciava le anime dei peccatori trasformati in bestie; i Romani con i loro dei pagani, che sconfissero i Celti e che a loro volta verranno sconfitti dal cristianesimo e dal suo Dio per poi passare al Medioevo e alla caccia alle streghe; Notre Dame, dove la chiesa è adornata dalle grottesche, statue con l'aspetto di demoni e bestie, rappresentazione delle antiche divinità, dei vecchi incubi e delle antiche paure; in Messico per festeggiare El Dia del Los Muertos, quando i cimiteri si riempiono di luci, fiori e cibi, così che i vivi possano festeggiare assieme ai loro cari defunti.
    Una storia breve e piacevole, alla scoperta delle origini di una festa affascinante quanto, qui da noi, sottovalutata o dimenticata. Un romanzo che può essere un'ottimo tuffo nella storia e nel passato, nelle altre culture, ma anche un modo per parlare della morte e delle più antiche paure dell'uomo, per capire come egli ha cercato di affrontarle nel corso dei secoli, fin dalla sua comparsa. E assieme a tutto ciò c'è sempre la preoccupazione per l'amico Pipkin, che ad ogni avventura continuano a ritrovare e a perdere, fino ad arrivare a dover fare una scelta per poterlo riavere con loro, una scelta che comporta un piccolo (ma in realtà neanche tanto) sacrificio.
    Una vicenda carina, interessante e coinvolgente, con delle descrizioni molto vivide e sensoriali, il testo inoltre sembra presentare anche alcune parti in rima (come canti propiziatori, inni per le divinità, preghiere...), di cui però non mi è piaciuta molto la traduzione perchè risultano poco musicali, in quanto sono stati resi senza neppure una rima.
     
         
      Sopra: A sinistra la copertina dell'edizione Mondadori del 2013, successivamente una delle prime edizioni italiane, cioè quella della Bompiani del 1994, a destra un'altra edizione (con una copertina molto brutta) Mondadori però degli Oscar Moderni. A sinistra infine la copertina di un'edizione inglese illustrata da Gris Grimly.
     
    Curiosità: nel 1993 da questo libro venne tratto anche un film col medesimo titolo: "The Halloween Tree", dove un gruppo di 4 bambini scopre le origini di Halloween e come è stato festeggiato nel corso dei secoli da varie popolazioni e culture, nel frattempo dovranno anche salvare il loro amico Pip.


    Sopra: In alto la locandina del film d'animazione, con Pip in primo piano mentre trasporta una grande zucca intagliata. Sotto alcuni fotogrammi tratti dal film: a sinistra si vede il gruppo dei bambini con Moundshroud (Sudario in italiano), mentre a destra si vede l'albero di Halloween.

    "MOONACRE. I SEGRETI DELL'ULTIMA LUNA: Il cavallino bianco" di Elizabeth Goudge con 256 pagine, edito nel 1988 dalla Lion Hudson, anche se questa è l'edizione riveduta e corretta del 2009, edita dalla Rizzoli Edizioni (costo di 18,50 euro. Titolo originale: "The little white horse", 1946).
    Maria Merryweather ha tredici anni quando, rimasta orfana, si trasferisce a Moonacre Manor, ospite di un ricco, eccentrico cugino.
    "Maria, l'eroina della nostra storia, va descritta per prima. Nell'anno di grazia 1842 aveva tredici anni ed era considerata poco attraente, con quegli occhi grigia rgebti fastidiosamente penetranti, i lisci capelli rosso e il faccino pallido pieno di lentiggini. Eppure la sua figura esile, da fata bambina, dritta come un manico di scopa, era assai dignitosa, e i suoi piedini, di cui andava molto fiera, erano squisitamente piccoli. Li riteneva la cosa più bella che avesse, ed era questo il motivo per cui nutriva un profondissimo interesse per i suoi stivali piuttosto che per i guanti, le gonne o i cappelli."
    Ad accompagnarla nella suo nuova casa ci sono con lei ci sono Miss Heliotrope, la sua governante fin da quando era neonata (avendo perso la madre alla nascita) e Wiggins, il suo cagnolino di razza molto bello, un Cavaliere King Charles spaniel, ma avido, vanitoso, irascibile, egoista e pigro.
    L'antica dimora si rivela colma di mistero e di segreti e Maria scopre ben presto di essere predestinata a salvarla dalla scomparsa, riscattando le colpe dei suoi antenati che ne hanno segnato la sorte. 
    Alla tenuta vive Sir Benjamin Merryweather, il proprietario della residenza, un uomo molto alto, largo e robusto, dal volto rosso e rotondo un naso aquilino, brillanti occhi castani, solito indossare delle enormi parrucche bianche e a vestire in modo molto elegante. Vi sono poi Digweed, il cocchiere; Marmadike il nano cuoco; Robin, il giovane pastore con cui Maria giocava nel cortile di casa a Londra quando erano piccoli; il Vecchio Parroco, che è infatti il parroco del paese dei Merryweather; Miss Loveday, la madre di Robin, nonché portiere della tenuta e donna delle pulizie del Parroco, oltre che vecchia fidanzata di Sir Benjamin.
    Ma nella magione risiedono anche diversi animali, come: il "cane" Wrolf, anche se in realtà si tratta di un leone, il quale protegge tutti i membri della famiglia; il gatto Zachariah, un bel gattone nero dall'aspetto elegante e fiero; Pervinca, un pony grigio e rotondo, che sarà la cavalcatura di Maria; Serena, una lepre che Maria ha salvato dai bracconieri; Atlante, un cavallino robusto color castagna, cavalcatura Sir Benjamin. Ogni tanto a Maria capita poi di vedere un bellissimo cavallino bianco, ma chi sarà mai questa incantevole e misteriosa creatura? 
    Grazie all'aiuto delle magiche creature che da sempre abitano l'incantevole vallata e alla sua determinazione, Maria, ultima Principessa della Luna, riuscirà a salvare Moonacre e a riportarvi la serenità perduta. 
    Nei territori dei Merryweather si aggirano infatti gli Uomini dei Boschi Neri, i quali hanno il controllo sulla zona della pineta e della spiaggia, da cui si procurano il pesce, anche se spesso praticano bracconaggio nei boschi di Sir Benjamin e rubano bestiame e cibo alle persone del villaggio. 
    Saranno loro il problema più grosso che Maria, assieme all'aiuto del suo amico Robin e degli animali, dovrà risolvere, sebbene nella magione ci siano anche altri misteri da svelare un po' alla volta, finché il lettore non avrà presente un quadro completo della situazione.
    La storia è sicuramente affascinante, anche se a volte scorre un po' lentamente a causa nelle numerosissime descrizioni che vi si trovano all'interno. Oltre alle descrizioni dei protagonisti e degli animali ci sono poi anche quelle degli ambienti, sia interni che esterni (tipo le varie camere del castello, la casa del Parroco, i boschi di Merryweather..), per non parlare delle descrizioni dei cibi che vengono serviti a Maria a colazione, pranzo cena e merende varie. Questa ad esempio è la prima colazione che la protagonista fa alla tenuta: "... posò il vassoio delle salsicce sul tavolo con un gesto che sembrava implorare di mangiarle tutte.
    Ma non c'erano solo quelle, per colazione Digweed portò a che un enorme prosciutto, uova sode, caffè, tè, pane appena affettato, miele, crema con una spessa crosta gialla, burro freschissimo e latte appena munto, tanto da essere ancora caldo e schiumoso." Oppure questo è, una parte, del menù previsto dal cuoco per l'ora del tè: "<<Plumcake. Torta allo zafferano. Torta alla ciliegia. Fairy cake ghiacciate. Pasticcini alla crema. Pan di zenzero. Meringhe. syllabub. Biscotti alle mandorle. Rock cake. Gocce di cioccolato. Focaccine d' avena e melassa. Cornetti alla crema. Devonshire split. Pasticci della Cornovaglia. Tramezzini al prosciutto, alla crema di limone e alla lattuga. Toast alla cannella. Toast al miele...>>"
    Una bella storia comunque, una protagonista volenterosa e determinata, anche se non prova di difetti, ma che sarà in grado di crescere e maturare; con personaggi piacevoli (tranne probabilmente il cagnolino Wiggins), tanti animali, con alcuni elementi fiabeschi e mitologici (ma non manca anche una certa componente cristiana), ricca di descrizioni e misteri da svelare.
     
     Sopra: La copertina dallo sfondo blu scuro su cui spiccano le scritte bianche del titolo e i disegni azzurri.
     
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    venerdì 6 giugno 2025

    Testa Rossa di Alberto Manzi

    "Testa Rossa" è un libro scritto da Alberto Manzi, un docente, pedagogista, scrittore e politico italiano famoso per aver condotto la famosa trasmissione televisiva "Non è mai troppo tardi" dal 1960 al 1968, la quale insegnava agli adulti a leggere e scrivere e altri concetti insegnati nella scuola elementare (una sorta di scuola serale a distanza).
    Tale volume, illustrato da Carlo Frigerio, infatti inizialmente è stato pubblicato nel 1957, ma è stato riedito di recente dalla Gallucci in occasione del centenario della nascita dell'autore, assieme ad altre sue opere, tra cui la più famosa è "Orzowei" (del 1955) e da cui fu tratta anche l'omonima serie televisiva degli anni Settanta.
     
     
    Sopra: In alto a sinistra la nuova copertina del 2024 della Gallucci, mentre a destra quella del 1957 della Bompiani.
     
    Testa Rossa è il ragazzo più audace, furbo e scapestrato del mondo. La Principessa, appena lo ha visto giocare con un raggio di sole, ha deciso che sarebbe diventato il suo migliore amico. Così, quando in seguito a una tempesta lei misteriosamente sparisce, portandosi via la pace e l’amore, lui è disposto a frugare in ogni dove pur di salvarla. 
    la Principessa che cerca Testa Rossa è una fanciulla bellissima, nata dalla lacrima di un angelo caduta su un fiore. Nonostante abbia migliaia di anni è sempre giovane, proprio come Testa Rossa, che non cresce mai. Da lei si recano re, principi, presidenti, ministri, medico, maestri, marinai, aviatori, pescatori e contadini, a volte anche solo per ammirarla. Altre volte invece "Vanno da lei ogni volta che qualcosa non va, per sapere quel che debbono fare; ed ogni volta che escono dal suo palazzo, se ne escono a braccetto di colui che credevano loro nemico. In tutto il mondo, perciò, regna la pace; tutti vivono serenamente e si vogliono bene. E tutto questo perché nel piccolo paese vive lei, la Principessa dagli occhi bellissimi, la Principessa dell'amore."
    O così è stato almeno finché la fanciulla non è scomparsa dopo una notte di tempesta, portando immediatamente scompiglio nel paese, in quanto gli abitanti, piuttosto che cercarla, hanno iniziato ad accusarsi l'un l'altro, tanto che solo Testa Rossa è rimasto a cercarla, o, almeno, lo fa finché non se ne dimentica. Perché il ragazzo "È fatto così. Comincia una cosa e poia tronca a metà perché una nuova idea gli è balenata in mente."
    Per fortuna a dargli una mano arriva una scalcagnata banda di bambini chiamati in soccorso dall'autore: Alda, Massimo col suo cavallo a dondolo Dreck, Roberta (anche se ha solo 8 mesi), Memmo, Pierone, Riccardo, Claudio, Fausto e Marco.
    Insieme incontreranno tre pagliacci senza testa e affronteranno temibili coccodrilli, leoni e tigri feroci, orribili mostri e una strega molto cattiva.

     Sopra: A sinistra una pagina che nostra un'illustrazione posta alla fine di un capitolo (con la piccola Roberta sulla schiena di un indiano), e a destra l'inizio del nuovo capitolo.
     
    I testi sono accompagnati dalle illustrazioni in bianco e nero di Carlo Frigerio, le quali si vede che hanno un aspetto un po' vintage, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui sono disegnati i bambini, dall'aspetto paffutello e con i visi tondeggianti, i nasini a patatina e gli occhi ovali. I disegni hanno dei tratti puliti e precisi, un aspetto realistico e anche piuttosto curato e ricco di dettagli e nell'insieme si possono considerare carini e molto graziosi, dallo stile un po' retrò.
    Le immagini sono solitamente poste assieme ai testi e rappresentano solitamente oggetti o personaggi presenti nelle scene, anche se a volte possono mostrare scene un po' ampie, con più personaggi assieme che interagiscono, come: Piede Nero mentre trasporta la piccola Roberta sulla schiena, i bambini mentre navigano su una nave, Trecotte assieme a tre bestie ... I disegni hanno di solito delle dimensioni medio-piccole, anche se ce ne sono alcune, un po' più importanti, che magari arrivano a occupare i due terzi di una pagina.

     

     
    Sopra: Alcune illustrazioni vecchio stile di Carlo Frigerio, di cui nella prima in alto a sinistra vediamo il gruppo di bambini mentre viaggiano su una nave, a destra gli "aspettanti", in basso la strega e a a destra la principessa (quella accanto a lei dovrebbe essere Roberta, ma forse l'artista ha sbagliato e ha dipinto Ada, dato che Roberta ha solo 8 mesi).
     
    "Testa Rossa" di Alberto Manzi è un libro molto piacevole, scorrevole e avventuroso, che si rivolge ai bambini a partire dai 8 anni (dai 5/6 in lettura condivisa). Fin dall'inizio la storia parte in modo coinvolgente, con la scomparsa della Principessa e Testa Rossa intento a ritrovarla, finché non si ritrova nel territorio degli indiani, i quali inizieranno a dargli la caccia. Poiché distratto da questo evento l'autore dovrà inviare un gruppo di bambini in suo aiuto, i "rammentatori" per ricordargli la missione che deve compiere e aiutarlo a portarla a termine. 
    Una cosa interessante è lo stile di scrittura dell'autore, il quale si rivolge proprio ai bambini che lui immagina stiano leggendo il libro, cercando di farli partecipare alla storia. Ad esempio come quando intima ai lettori di non fare rumore mentre Testa Rossa sta sgattaiolando via dagli indiani: "Attenti anche voi a non fare il più piccolo fruscio. Gli indiani hanno l'udito fine e gli occhi che bucano il buio, le loro frecce sono avvelenate, e con un balzo essi sanno sorprendervi." Oppure quando chiama a raccolta i bambini in aiuto di Testa Rossa: "Ssst... Le mamme hanno spento la luce e sono andate in cucina. Siete pronti? Chi vuole andare ad aiutare Testa Rossa? ... Tutti?! È impossibile, amici. Qua scelgo io. [...]
    Siete pronti? Avanti, allora. Il sentiero è quello laggiù>>
    <<Io?! Oh, io non posso venite. Ai grandi non è permesso.>>"
    I bambini che accompagneranno Testa Rossa sono:
    - Pierone: 10 anni, è il capo della comitiva perché è paziente, generoso e ride sempre e "un capo deve saper ridere, anche di se stesso, se vuole essere veramente un capo."
    - Riccardo: ha 11 anni ma è così piccolo che tutti lo chiamano Pagliuzza, vorrebbe essere il capo ma non ha la stoffa del condottiero poiché si arrabbia sempre e urla e piange se non gli si dà ragione.
    - Claudio: ha 13 anni, ma il suo cervello ne ha 8.
    - Memmo: ha sette anni e adora i cowboy, ed è un abile tiratore.
    - Fausto: ha 4 anni ma ha un occhio con le ciglia bianche "segno che è vissuto assai" che funge da cannocchiale.
    - Alda: ha 8 anni ed è addetta alla cucina, all'infermeria, alla sartoria.
    - Marco e Massimo: sono due gemelli di 3 anni, anche se il primo è biondo e l'altro è moro. Avanzano a cavallo di Drock e Dreck, camminando fianco a fianco.
    - Roberta: una bimba si 8 mesi, che sa gattonare ma si rivela fin da subito molto utile e attiva nella missione.
    La storia è piuttosto semplice ma coinvolgente, grazie alle continue avventure vissute dai bambini e allo stile dell'autore. Le avventure inoltre sono narrate sempre con una forma giocosa, come se fossero dei giochi che i bambini fanno, senza mai prendersi troppo sul serio. Ne è un esempio lampante la battaglia iniziale con gli indiani per liberare Testa Rossa, dove i maschi si lanciano nella battaglia con Memmo che "falcia le schiere nemiche" anche se i colpi sono di legno, ma comunque "sufficienti a fare suri bernoccoli sulle teste indiane. Tanto duri che chi è colpito deve andare subito a letto a farsi i bagnoli d'acqua vegeto-minerale." Alda invece non partecipa alla battaglia, che è una cosa (o meglio un gioco) da maschi. Il suo compito è quello di preparare le fasce e il caffèlatte perché "dopo un'azione simili, le ferite saranno numerose e l'appetito formidabile."
    Se si fosse trattato di una battaglia seria il fatto che una bambina di 8 anni sia lasciata in disparte a fare l'infermiera, mentre a bambini di 3 è permesso partecipare, la cosa sarebbe potuta sembrare un po' sessista. La sensazione generale però è che, trattandosi tutto di un gioco, anche lei stia interpretando un ruolo, quello della "mamma" (come Wendy con i bambini perduti). C'è ad esempio la scena post battaglia delle fasciature, dove la squadra "si dirige di corsa da Alda. Tutti sono feriti e l'infermiera ha molto da fare. Quando poi tocca il turno di Massimo, la faccenda si complica. [...]
    Cercano di convincerlo a farsi fasciare un braccio o una gamba.
    <<Vedi>> dice Pierone <<anche noi siamo feriti; ma abbiamo detto un posto che si può fasciare bene>>
    <<Pure io mi fascio bene>>
    Così Alda deve lasciarlo tutto. Anche il naso. [...] Ora stanno sdraiati a raccontare la loro storia e quanto ne hanno ammazzati. Il più modesto è Pierone, che dice: duecento. [...]
    <<E la Principessa, quando la cerchiamo?>> dice. Ha ragione. Se ne erano dimenticati.
    <<Avanti, allora>> comanda Testa Rossa <<dalla Principessa!>>
    Si tolgono le fasce e riprendono la marcia."
    Nessuno di loro è realmente ferito, come nessuno si loro ha ucciso qualche indiano, eppure si fanno fasciare tutti una qualche parte del corpo, perché fa parte del gioco della battaglia. La stessa Alda, essendo l'unica femmina un po' cresciuta del gruppo, sembra aver il compito di riassumere nel suo personaggio tutti i vari ruoli femminili. Qui forse il libro dimostra di essere stato scritto negli anni Cinquanta, in quanto sarebbe stato interessante se oltre ad Alda ci fosse stata un'altra femmina nella compagnia più avezza a voler partecipare ai giochi maschili, oppure un maschietto (magari piccolo) più interessato a prendersi cura dei feriti o a cucinare che non a partecipare alla battaglia. Insomma, sarebbe stato bello vedere anche qualche personaggio interpretare dei ruoli meno rigidi.
    Alda comunque è anche il membro più responsabile e logico del gruppo (proprio come lo era Wendy in "Peter Pan"), quella che ricorda ai ragazzi il proprio dovere e quella che mette in dubbio alcune loro affermazioni se non le sembrano corrette.
    Testa Rossa invece rappresenta in tutto e per tutto un italiano Peter Pan, eternamente giovane, eternamente bambino, che si reca a visitare ogni notte i bambini di tutto il mondo per giocare con loro. Simpatico e divertente, ama ridere, scherzare e giocare, anche se questo lo porta a essere un po' distratto, ma non gli mancano mai il coraggio e la determinazione. Ha perfino un'ombra che può staccarsi da lui e andare ad agire indipendentemente.
    Roberta, pur essendo il membro più giovane, alla fine è quella che, spesso senza rendersene conto, si rivela il più utile componente della banda, con la tua innocenza e la sua determinazione.
    Gli altri membri della banda bene o male non li ho trovati spiccare particolarmente (alcuni sono a malapena menzionati nel corso della storia), semplicemente vivono le varie avventure che si presentano tutti assieme. E le avventure sono sicuramente molteplici: affrontare dei nativi americani inferociti, vedersela con un coccodrillo, sconfiggere una tribù di nani che vuole cucinare Massimo, riuscire a trovare gli sgherri della strega e infine battere anche quest'ultima, che vuole che l'amore svanisca dalla Terra. Ad affrontare questi pericolo al gruppo di bambini e a Testa Rossa si uniranno anche un trio di pagliacci le cui teste sono state sottratte dai servitori della strega, le Ombre Verdi, e successivamente anche degli animali parlanti, cioè gli "aspettanti", che hanno dentro di loro le anime dei bambini che devono ancora nascere.
    Una storia ricca di avventure, le quali sia susseguono come una serie di giochi dettati dalla fantasia di un bambino, in un mondo in cui domina l'immaginazione. Fino ad arrivare alla prova finale in cui bisogna sconfiggere il nemico definitivo e liberare la Principessa dalle sue grinfie. Una lettura carina e leggera, che si legge con facilità, scritta solo per fare divertire i giovani lettori, anche se un lettore più esperto potrà ritrovarvi dei richiami ad elementi fiabeschi e a classici della letteratura quali "Peter Pan" o "Il mago di Oz", oltre che alle mode e alla cultura degli anni Sessanta (la passione per le avventure western, ai giochi e ai giocattoli di quel periodo).
    Una storia avventurosa, poetica e giocosa, un piccolo capolavoro a lungo dimenticato e destinato a diventare un classico della letteratura per l’infanzia.
     
    Il volume è stato pubblicato originariamente nel 1957 dalla BOMPIANI e poi riedito nel 2024 dalla Gallucci Editore, ha 144 pagine, una copertina flessibile, misura 21 cm d'altezza e 14 cm di lunghezza e costa 13,00 euro.

    Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari, non vi è alcun intento di infrangere il copyright. Le immagini e i testi sono utilizzati a scopo puramente informativo.

    venerdì 9 maggio 2025

    Atlante dei luoghi infestati di Giulio D'Antona e Daria Petrilli

    "Atlante dei luoghi infestati" con i testi di Giulio D'Antona e le illustrazioni Daria Petrilli è una raccolta di leggende di fantasmi e infestazioni di diversi luoghi, suddivisi in base ai vari continenti.
     
     
     Sopra: Sulla copertina spicca un'illustrazione interna creata per la leggenda del picco dei bambini perduti.
     
    Come scritto nell'introduzione: "La fascinazione per il mistero e, ancora di più, l'attrazione verso la paura, fanno parte della natura umana. E più siamo terrorizzati, più siamo portati a esporci alla fonte del nostro terrore. Proiettiamo sui fantasmi la speranza in una vita ultraterrena, ma anche l'angoscia che questa possa tradursi in una eterna sofferenza. [...]
    Paradossalmente, i luoghi e glie difico che si ritengono infestati sono la manifestazione fisica di ciò che per principio è impossibile da collocare. A ogni fantasma è necessario"abitare uno spazio" per diventare credibile: abbiamo infatti bisogno di pensarlo entro un luogo bene e finito, così da limitare il nostro terrore. Se non esistessero specifici ambienti infestati impazziremo di paura."
    E così questo Atlante raccoglie cinquanta fra i luoghi più spaventosi del pianeta e racconta le storie maledette che li infestano. Dal Regno Unito, che vanta il primato numerico in fatto di infestazioni, alle località più remote dell'Africa e dell'Asia e fino all'Antartide, esploriamo vecchi castelli, foreste, porzioni di deserto, cimiteri, villaggi abbandonati, antichi ponti nella giungla, edifici modernissimi. Gli spettri che li abitano hanno nomi, cognomi, segni distintivi: fanno paura, orrore o anche solo tristezza, in alcuni casi tenerezza.
    Un edificio è sempre infestato: che sia abitato, disabitato, lasciato cadere in rovina, ristrutturato. Che non sia nemmeno più un edificio, ma le sue macerie: poche pietre poggiate su fondamenta antiche. Infestati sono tutti i luoghi vissuti, che porteranno per sempre le impronte di chi ci è passato, ci ha trovato casa, se n'è andato, è morto. Segni sulle piastrelle, graffi sui muri, scalfitture nelle travi dei tetti, solchi nel verde. È proprio lì, nei dettagli, che spesso si nasconde l'infestazione: nelle tracce lasciate da chi non è più tra i vivi, ma dall'altra parte non è riuscito a trovare dimora. I loro fantasmi ci affascinano e ci spaventano, ci attraggono e ci respingono allo stesso tempo. Sebbene rappresentino la nostra paura più profonda, non riusciamo a staccare gli occhi dal grande buio che li nasconde. 
    Alcuni si trovano a decine nello stesso posto, altri sono solitari; alcuni sono anonimi, visti di sfuggita, terrificanti solo per pochi attimi; altri sono arcinoti, bonari, profetici; altri ancora sono persino felici, malinconici o del tutto imperscrutabili. Visibili o invisibili, percepiti o solo raccontati. 
    I luoghi sono suddivisi in base ai sette continenti (Europa, Asia, Africa, America del nord e quella centro-meridionale, Oceania e Antartide), anche se l'Europa e l'Asia sono quelli con più luoghi infestati, seguiti dalle Americhe, mentre l'Oceania e l'Antartide sono quelle che presentano meno leggende.

    Sopra: Due pagine interne di cui quella a sinistra rappresenta la dimora della dama abbandonata, di cui, nella pagina a destra, viene descritta la leggenda.
     
    I testi sono accompagnate dalle illustrazioni di Daria Petrilli, le quali sono principalmente a pagina intera (tranne qualche eccezione di qualche immagine più piccola posta assieme ai testi nell'introduzione) e a colori.
    I disegni non sono immagini realistiche ma piuttosto di onirico, come se fossero delle rappresentazione di alcuni incubi, il che ha senso visto che rappresentano luoghi infestati. In esse vediamo comparire edifici, prati, oppure boschi; a volte viene ritratto solo il luogo (soprattutto se si tratta di case), ma pi spesso ad esso si accompagna anche qualche oscura presenza: figure sfocate sullo sfondo di qualcuno che si è impiccato ad un albero, altre invece in primo piano, ma che sembrano perse nei loro pensieri (magari tenendo gli occhi chiusi), oppure figure ben in evidenza, che ti fissano dalle pagine del libro.
    Quasi ogni luogo descritto nell'atlante ha infatti un'immagine a colori che lo rappresenta o, meglio, ne rappresenta la sostanza, quella sensazione di paura che esso trasmette. E questo lo fa anche grazie all'uso dei colori, che sono utilizzati in modo particolare, con una predilezione per l'uso del nero, del bianco, del marrone, del grigio, del verde, del blu e del rosso. Colori che non sono stesi in maniera pulita, ma sporca, solitamente non uniforme, soprattutto negli sfondi. 
    Le tinte poi sono scure, dato che l'artista ha evitato i toni brillanti o accesi, anche se a volte possono essere stesi con intensità, ad esempio quando vanno a tingere oggetti concreti come degli alberi o degli edifici. L'artista ha scelto principalmente colori già di per se scuri (come il marrone scuro, il nero o il grigio scuro), a cui ha aggiunto tinte quali il rosso o il blu, che donano un tocco di colore in più alla scena, pur non essendo neppure loro brillanti. Queste tinte possono essere usate per tingere qualche sfondo, oppure su qualche elemento particolare di una certa immagine, così da metterlo in risalto. I colori scuri e cupi conferiscono comunque alle immagini delle atmosfere opprimenti, a volte anche soffocanti, impregnate di inquietudine. 
     
     

     
    Sopra: Alcune delle illustrazioni realizzate dalla Petrilli per le leggende di questo libro. In alto a sinistra vediamo il disegno per le cascate di sangue  (conosciute come "il salto del Tequendama"), a destra quello per la Foresta dei Suicidi, in basso a sinistra la "collina dei fantasmi" (Bukit Hantu), mentre a destra l'immagine tratta dalla Canonica del Pianto.
     
    "Atlante dei luoghi infestati" con i testi di Giulio D'Antona e le illustrazioni Daria Petrilli è un Atlante che "vuole da una parte provare a disegnare una mappa mondiale dei luoghi infestati più spaventoso e raccontare le leggende che lo ammantano, dall'altro vuole tentare di dare ordine" all'ossessione dell'autore, il quale ha catalogato storie di fantasmi provenienti da tutto il mondo, e che qui propone in un inventario ragionato, in quanto riportarle tutte in un unico volume sarebbe stato impossibile.
    A volte le storie di più fantasmi possono essere riportate assieme, in quanto legate ad un unico luogo, come nel caso del villaggio di Pluckley, abitato da ben 12 fantasmi, oppure del  Leap Castle, abitato da almeno un paio di entità.
    Altre volte la narrazione si concentra maggiormente attorno ad un'unica figura, se si tratta di una particolarmente di spicco all'interno di un certo luogo, come nel caso di Lady Brown (il fantasma di Lady Dorothy Walpole).
    All'interno del volume troviamo storie spettrali e infelici. Molte ad esempio sono quelle di dame o giovani donne che si aggirano tra le mura di qualche edificio gemendo e piangendo, oppure cercando di spaventare chi si imbatte in loro. Quelle dei fantasmi maschili sono più legate ad eventi violenti, con uomini che sono stati uccisi in maniera violenta oppure sono stati loro a macchiarsi di gravi crimini, venendo puniti dopo la morte con la dannazione. Non mancano però anche storie di suicidi, di fantasmi di bambini, oppure, sebbene più raramente, storie di creature non umane, come lo spettro elementale avvistato nel Leap Castle, in Irlanda.
    Per chi non si sognerebbe mai di avvicinarsi a un cimitero maledetto o alla barca infestata dal fantasma di Errol Flynn, questo libro sarà una riserva di storie a cui attingere, nel silenzio di una stanza in penombra, per alimentare il piacere dell'inquietudine. "Per i lettori più temerari invece sarà un libro di consultazione, una guida ricca di spunti utili a organizzare viaggi da brivido" e per rispondere finalmente a una domanda che ci accomuna tutti: perché vogliamo avere paura? Una ricca e interessante guida (anche geografica) illustrata ai luoghi infestati e agli spetri di tutto il mondo, che se siete amanti delle storie di paura non potete non prendere in considerazione.
     
    Questo volume è stato pubblicato nel 2021 dalla BOMPIANI, è dotato di una copertina rigida, ha 160 pagine, misura 26,5 cm d'altezza e 19 cm di lunghezza e costa 25,00 euro.
     
    P.S. Questo atlante letterari fa parte di una serie di atlanti particolari, tutti editi dalla Bompiani tra il 2014 e il 2021, i quali prendono in considerazione luoghi, a volte reali e altre volte no, ma sempre misteriosi e difficili da raggiungere come isole remote, luoghi infestati o maledetti, oppure luoghi che sono stati solo sognati. Ecco tutti i tioli della serie: 
    • "Atlante dei luoghi maledetti" di Olivier Le Carrer e Sibylle Le Carrer (2014): Questo atlante traccia un inventario inedito delle regioni meno raccomandabili del pianeta. Dalla riserva naturale di Kasanka, nello Zambia, invasa da nugoli di pipistrelli, al tenebroso faro degli uomini scomparsi di Eilean Mor, perso nelle isole Flannan, passando per la sinistra foresta dei suicidi di Aokigabara, in Giappone, o per la diabolica casa coloniale che sorge al 112 di Ocean Avenue, a Amityville, ciascuno dei quaranta luoghi censiti racchiude una storia tanto tormentata quanto affascinante. Questo atlante, vero e proprio manuale geografico dell'orrore, si sfoglia con mano febbrile, e con la paura addosso...
    • "Atlante delle città perdute" di Aude de Tocqueville (2015): Le città sono mortali quando le civiltà e possono sparire dalle carte geografiche. L'Atlante delle città perdute racconta i destini imprevisti eppure assolutamente reali di oltre quaranta città oggi scomparse. Palazzi, castelli, capanne, ville, baite... non resta che bussare, e avventurarsi a sbirciare questi luoghi provenienti da brani originali tratti dai più famosi romanzi, per una carrellata affascinante tra libri tutti da leggere e rileggere.     
    • "Atlante dei paesi sognati" (2016) di Dominique Lanni e Karin Doering-Froger: Il paese delle Amazzoni, il regno del Prete Gianni, la Barberia... da sempre, i paesi sognati hanno abitato le fantasie e i racconti dei grandi esploratori. Marinai, scopritori, avventurieri hanno raccontato il mondo e le sue terre lontane popolate da creature mitiche e leggendarie. Isole meravigliose come Citera, la patria di Afrodite, paesi della cuccagna come la Colchide, terra del Vello d'oro, reami selvaggi abitati da mostri come quello dei Mangbetu, imperi tenebrosi come quello dei Cimmeri, abitanti delle gallerie sotterranee. Questo atlante invita a un'esplorazione poetica del mondo in compagnia dei grandi viaggiatori dell'antichità e del XVI secolo ma anche di romanzieri ed eruditi di tutti i tempi.
    • "Atlante delle isole del Mediterraneo: storie, navigazioni arcipelaghi di uno scrittore marinaio"  di Simone Perotti  (2017): ll Mediterraneo è un mistero. Vi aleggiano personaggi oscuri, salvifici, pericolosi, presenze ineffabili in grado di attrarre flotte di girovaghi, pirati turchi inseguiti dagli acerrimi nemici genovesi, anonimi piloti inabissatisi nei pressi dell’isola di Alborán, vichinghi giunti navigando il Dnepr e il Mar Nero, eremiti superstiti e dimenticati. Un arabesco di storie che da geografia disegnata su un foglio diventa manuale di esistenza, mappa alla ricerca geosofica del senso. Seguendo le sue rotte potremmo sconvolgere le categorie della conoscenza, finendo col misurare la terra col canto, tracciare i confini con i colori delle spezie, usare i ricordi per contare le miglia, o le idee per riempire il volume delle cose. E allora le carte mostrebbero ben altro dal semplice profilo delle coste. Semmai il comune dolore e l’ebbra euforia che condividiamo con chi crediamo diverso da noi, solo perché abita sull’altra sponda di questo mare. Quella che sta lì, di fronte a noi, e che ancora non conosciamo.
    • "Atlante dei luoghi misteriosi d'Italia" (2018) di Massimo Polidoro e Francesco Bongiorni: Un’antica spada conficcata nella roccia nel senese, misteriose macchine anatomiche esposte in una cappella napoletana, un affascinante palazzo veneziano funestato da una maledizione: molte sono le località d’Italia custodi di storie segrete che affondano le loro radici in antiche leggende o in misteri più recenti. Massimo Polidoro percorre la penisola da nord a sud e descrive questi luoghi svelandone i fenomeni in apparenza non scientifici, smontandone i miti nati dalla fantasia popolare. O forse no, almeno non del tutto, perché in queste storie si trova anche il cuore dell’uomo con i suoi meccanismi spesso imperscrutabili, destinati a sfuggirci sempre. E dove non arrivano le parole si spingono le illustrazioni di Francesco Bongiorni con le loro atmosfere suggestive ed enigmatiche.
    • "Atlante dei luoghi misteriosi dell'antichità" (2020) di Massimo Polidoro e Francesco Bongiorni: Proviamo solo a immaginare quali devono essere stati l'emozione e la gioia. Il giovanissimo orientalista Johann Ludwig Burckhardt, travestito da arabo, accompagnato da beduini diffidenti che lo ritengono un mago infedele, si avventura nel deserto giordano finché si imbatte in una gola angusta, quasi buia. Il silenzio è palpabile, il rischio assoluto. Ma, all'improvviso, dalle rocce e dall'oblio dei secoli, riemerge la ricca e raffinata città dei Nabatei, la favolosa Petra, che ormai si pensava essere solo un luogo della fantasia. Ecco, in questo volume che raccoglie le più belle storie intorno ai misteri dei tempi antichi di tutti i continenti, Francesco Bongiorni e Massimo Polidoro restituiscono l'irripetibile emozione della scoperta e la gioia incontenibile di una scommessa vinta quasi sempre contro ogni buon senso. Scoprendo così che a inseguire miraggi e leggende apparentemente inconsistenti si finisce spesso con il trovare testimonianze e tesori concretissimi, ma soprattutto la ricompensa a domande che ciascuno di noi porta dentro di sé e che costituiscono il nostro mistero più antico e insondabile.
    •  "Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò" di Judith Schalansky e Francesca Gabelli (2021): Con questo atlante Judith Schalansky ci conduce in cinquantacinque isole remote, lontane da tutto e da tutti, che non troverete mai con Google Earth: da Tristan da Cunha all’atollo di Clipperton, dall’isola di Natale a quella di Pasqua. E ci racconta storie di animali rari e uomini strani, di schiavi naufraghi e solitari studiosi di scienze naturali, di esploratori smarriti e folli guardiani del faro, di naufraghi dimenticati e marinai ammutinati. Storie di Robinson volontari e involontari che dimostrano che i viaggi più avventurosi si svolgono sempre nell’immaginazione.

         

         
    Sopra: Le copertine degli atlanti editi dalla Bompiani, ognuno caratterizzato da un colore predominante che contrasta con quello della striscia della costa a sinistra.

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